Non solo teste di serie

Roberto, Donato, Damiano e gli altri protagonisti di Matti per il calcio

21 Settembre 2016

di Redazione

Qualche giorno fa al BarSport abbiamo parlato della decima edizione della rassegna nazionale “Matti per il calcio”, organizzata dall’Uisp, l’Unione italiana Sport per tutti, in programma a Montecatini Terme dal 22 al 24 settembre.
Un appuntamento sportivo sì, ma anche un progetto per abbattere barriere e pregiudizi, per migliorare l’integrazione e l’autonomia dei calciatori utenti dei Centri e Dipartimenti di salute mentale di tutta Italia.
Tra le storie raccolte dall’Agenzia Stampa Unipress c’è quella di Roberto, portiere della squadra "Fuori di pallone" di Torino, ventiduenne con una insufficienza mentale, tecnicamente molto bravo, che fatica però a riconoscere la sua difficoltà. La fiducia che ha riposto nei suoi allenatori gli ha permesso di intraprendere un percorso che lo infastidiva e non voleva riconoscere. Solo dopo aver iniziato a giocare nel torneo di Matti per il calcio ha cominciato a fare domande sulle problematiche dei suoi compagni di squadra, a riflettere sulla loro condizione, chiedendosi cosa significasse, e dopo un percorso lungo un anno, a porsi domande anche su se stesso, arrivando alla conclusione che una disabilità può essere anche intellettiva e che ottenere la certificazione di invalidità lo avrebbe potuto aiutare in alcuni ambiti della vita quotidiana. Una volta presa la decisione ha fatto la certificazione, e ha capito che il certificato non lo discrimina né lo stigmatizza, ma anzi lo aiuta in alcune questioni pratiche. 

Tra i ragazzi di Bari c’è Donato, 38 anni, da sette è inserito in una Comunità riabilitativa psichiatrica ad alta intensità e dal 2009 partecipa attivamente alle attività proposte, in particolare a quelle sportive, soprattutto il calcio. Questo percorso gli ha permesso di realizzare sensibili miglioramenti sia a livello psichico che affettivo, tanto da essere inserito in strutture a minore intensità e a iniziare a sperimentare un progetto di convivenza con la sua compagna.

L’Uisp Ragusa partecipa per la prima volta alla rassegna nazionale Matti per il calcio. I ragazzi coinvolti fanno parte della comunità Caseo, di Modica, gestita dalla Regione. Damiano è un trentenne che ha avuto problemi di depressione, all’inizio era apatico e annoiato, niente lo stimolava né lo incuriosiva. Ma con il calcio è stata toccata la corda giusta: in campo si impegna e dà sempre il massimo, con la voglia e la determinazione di fare un buon lavoro è capace di sacrificarsi per il risultato della squadra. 

Anche “Il tulipano” di Legnago (Vr) partecipa per la prima volta alla rassegna nazionale Matti per il calcio. In campo ci sarà anche Giuseppe: poco più che ventenne ha grandissime difficoltà di socializzazione ed un eloquio ridotto al minimo, oltre ad essere molto schivo. Soffriva molto dell'effetto stigmatizzante del servizio psichiatrico, mentre il contesto esterno, l’ambiente prettamente maschile, il linguaggio del corpo che prevale su quello verbale, il gioco con le sue regole come mediatore di relazione, hanno permesso una migliore espressione di sé, facilitando l'acquisizione di autostima. 

Nell’Atletico Niguarda di Milano giocano Pasquale, Alessandro, Valerio e Franco della comunità riabilitativa dell’ospedale. Hanno dai 20 ai 23 anni e una diagnosi di schizofrenia: dall’anno scorso giocano a calcio una volta alla settimana, il mercoledì, nel campionato regionale. Però una volta alla settimana era poco per loro, così hanno trovato un campo all’interno dell’ex ospedale psichiatrico Pini, dove vanno tutti i venerdì a giocare con alcuni ragazzi della zona. Per raggiungere il campo prendono la metropolitana e impiegano mezz’ora, inoltre hanno cercato gli altri ragazzi con cui giocare e ci hanno fatto amicizia: per un paziente psichiatrico è una cosa molto positiva. Tutti e quattro da fine settembre inizieranno un percorso di inserimento lavorativo, ma vogliono mantenere il mercoledì libero per l’attività sportiva.

Marco ha iniziato a giocare nella squadra "Va' pensiero" di Parma dai primi anni di attività: veniva da un vissuto di solitudine, senza uscire mai di casa se non per comprare le sigarette. Il primo passo è stato motivarlo a fare attività e guadagnarsi la sua fiducia. Con molta perseveranza gli operatori lo hanno stimolato ad alzarsi dal letto, uscire di casa, superare la diffidenza verso i compagni di squadra e gli operatori stessi, e alla fine è arrivata anche la voglia di giocare. Marco è passato da un ruolo passivo ad uno attivo, di aiuto alla gestione del gruppo: una squadra in cui tutti sono uguali e c’è integrazione ha reso possibile relazioni interpersonali autentiche. Infatti, Marco ha instaurato amicizie e alla fine si è anche innamorato e ora è sposato.

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