Non solo teste di serie

Il fair play finanziario non è solo una colossale bufala ma un'arma impropria contro il cambiamento

12 Marzo 2019

ANTONIO CACOPARDI
Non reclamo nè pretendo una medaglia per essere stato il primo dei pochi, chissà l'unico a quel tempo, ad aver capito, già nel momento in cui venne "ordito", che il Financial Fair Play si sarebbe rivelato una colossale e dannosa idiozia.

Troppo semplice immaginarlo, comprenderlo. Sufficente avere una minima inclinazione a stare fuori dal gregge e preferire il sapore dell'andare contro la corrente a quello di seguirla...
Proprio per questo, però, vorrei delle belle pernacchie per tutti coloro che si accodarono e pensarono fosse stato concepito il toccasana del calcio. Che, peraltro, non mi pare avesse necessità di toccasana alcuno...
Come pensare che, da un meccanismo che vincola a parametri economici, possa venire fuori qualcosa di giusto, di equilibrato, di etico? Esiste forse, al mondo, qualcosa di più squilibrato, squilibrante ed iniquo della finanza, delle sue leggi e dei suoi meccanismi?
Venendo all'aspetto concreto e all'applicazione pratica, è di tutta evidenza che legando le possibilità di sviluppo di una società calcistica alle sole entrate che riesce a produrre vendendo ciò che ha da vendere, e soprattutto alla quantità dei compratori interessati, non si ottiene e non si può ottenere altro risultato che cristallizzare i valori e fissarli senza via d'uscita solo ed esclusivamente al suo bacino di utenza. Che, ovviamente, sarà sempre lo stesso per tutti i secoli dei secoli.

Oppure, qualcuno pensa che, un giorno, l'Udinese potrà avere più tifosi della Juve? O il Verona del Milan? Non succederebbe neanche se queste due provinciali iniziassero a mietere successi e conquistare trofei. E, poi, come potrebbero ottenerli, se non tramite investimenti che il Financial Fair Play però impedisce? La trovata degli scienziati UEFA, stupidità cristallina, infatti esigerebbe prima i successi che potrebbero portare ad ulteriori introiti. Ma i successi, non potendo investire, chi dovrebbe procurarli, il Padre Eterno?
Un esempio pratico, terra terra: una squadra di poco passato e ancor minor futuro come era il Chelsea prima che ad Abramovich venisse lo sghiribizzo di investirci palate di soldi, come sarebbe mai potuta diventare quello che è stabilmente da una quindicina di anni, ovvero una delle top d'Europa, se al miliardario russo fosse stato impedito di spendere i propri soldi liberamente? Lo vedete Abramovich, che ha un deposito di soldi da far invidia a quello di Zio Paperone, non poterli usare ed essere costretto a darsi da fare, peraltro inutilmente visto che non avrebbe vinto, per cercare di aumentare fatturato e ricavi? Si sarebbe comprato qualche yacht in più e fanculo al pallone...
E Berlusconi sarebbe mai potuto arrivare a paragonarsi a Bernabeu se non avesse potuto investire di tasca propria? Il Triplete dell'Inter? Lo scudetto della Lazio di Cragnotti? Il Napoli di Maradona?
Fin qui abbiamo parlato di Financial Fair Play puro.

Quello "applicato" è persino peggio: chi lo elude, chi lo forza, chi si sponsorizza da solo, chi lo segue fin troppo pedissequamente, chi lo usa come alibi e scusa, settlement agreement, punizioni, esclusioni e chi più ne ha più ne metta. Fatto sta che, da quando è entrato concretamente in vigore, sia in campo internazionale sia nei campionati dei singoli paesi, la musica è sempre la stessa: Real, Barca, Juve, Psg, City, Bayern. L'esatto contrario di quello che il Financial Fair Play si prefiggeva. O, meglio, l'esatto contrario di quello che vi raccontavano che si prefigesse.

Probabilmente proprio ciò che si prefiggeva...
LIvellamenti, nello sport, tanto più se professionistico, non se ne possono ottenere.

Il Financial Fair Play custodisce le differenze, ne rafforza l'origine e impedisce che iniziative "romantiche" possano metterle in discussione.

Neanche il tetto salariale potrebbe garantire pari o almeno livellata competitività per tutti.

A meno che non venga applicato in termini di monte stipendi complessivo e non di singolo ingaggio. Facciamocene una ragione e lasciamo spazio ad un Abramovich, a un Moratti, a un Berlusconi, perfino ai Cragnotti. Che senso ha, infatti, impedirgli di spendere i propri denari come meglio credono? La demagogia è l'aspetto più subdolo con il quale il Financial Fair Play è riuscito a conquistarsi il favore dell'opinione pubblica, da un lato virtualmente assetata di "giustizia sociale" e dall'altro concretamente dedita a creare ingiustizie e disparità sempre maggiori...
Quale sarebbe il potere moralizzante del Financial Fair Play? E quali sarebbero gli aspetti positivi per la società in cui viviamo avendo raggiunto -ne siamo sicuri?- una moralizzazione delle spese necessarie a fare calcio professionistico? Forse Berlusconi, Abramovich, Moratti e compagnia bella stanno spendendo in ospedali, scuole, miglioramenti dei trasporti pubblici e beneficenza varia i soldi che gli si impedisce di mettere nel football? La verità è che, spendendo i loro soldi nel calcio, facevano divertire anche noi. Più o meno gratis. Ora, come ci ricordano Reina in uno spot del Milan e Caressa, senza perdere occasione, su Sky (a proposito, che tristezza i giornalisti che elemosinano soldi a favore dei propri editori!), "...pagate il calcio, affinche sia possibile continuare a farlo e a farlo al miglior livello possibile".

Ha deciso, il Financial Fair Play, che il calcio si fa con i soldi dei ricavi. I soldi di chi, direttamente con un abbonamento tv, un biglietto stadio o una maglietta originale, o indirettamente tramite, ad esempio, la preferenza di un prodotto offerto da uno degli sponsor della propria squadra, fa guadagnare la propria squadra e l'intero movimento.

I soldi dei poveri. E i poveri sono contenti....

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