Nel pallone

Tutti a sparare su Tavecchio per non vedere le colpe del Coni

16 Novembre 2017

di Lorenzo Pulcioni

C'è un grande responsabile occulto nella disfatta della Nazionale che manca la qualificazione mondiale per la prima volta dopo 60 anni. Se la responsabilità è in primis di Ventura, ma con lui di tutti i dirigenti del calcio che adesso si scervellano su come conservare la poltrona, per logica - visto che il calcio è uno sport, ed anzi il più seguito - pari responsabilità sono da addossare ai vertici del Coni.

Non è solo questione di logica e di ragionamento lapalissiano, ma l'eliminazione della Nazionale - se qualcosa di positivo dobbiamo trovarla per forza - se non altro che sia l'occasione per una profonda riflessione sullo stato di salute di tutto lo sport italiano, e non solo sul calcio. Posto che possiamo riflettere quanto vogliamo, ma la sensazione è che non cambierà nulla, e difatti Tavecchio resta al suo posto e ancora peggio fa Malagò che lancia il sasso ("fossi in Tavecchio mi dimetterei") salvo poi tirare la mano ("nn ho strumenti per dimissionarlo"), chi ne esce a pezzi è tutto lo sport e pure il suo dirigente di punta, sempre acclamatissimo.

Ma la verità è che il calcio è solo la punta dell'iceberg. Lo sport italiano tutto è in coma profondo, ed il calcio è solo la forma più evidente di questa crisi perché ne parliamo tutti e tutti i giorni. Proviamo ad analizzare gli sport più importanti, quelli che uniscono per settimane e non si concentrano in un singolo evento od in una singola partita. Nel basket non siamo competitivi da anni, al di là di qualche bravo giocatore che vivacchia in NBA come movimento non c'è niente, andare oltre un quarto di finale europeo è una chimera, partecipare alle Olimpiadi ormai un ricordo. Nella pallavolo la generazione dei fenomeni ci ha fatto innamorare ed illudere, oggi abbiamo una nazionale che esce dagli Europei asfaltata dal Belgio. Nel tennis siamo fermi a Panatta e al movimento femminile che dopo Pennetta, Schiavone, Vinci ed Errani, oggi offre il nulla. La pallanuoto l'abbiamo praticamente inventata noi e anche quella è sparita dai radar. I bilanci olimpici li salvano ormai da un paio di edizioni la scherma, il canottaggio e le varie carabine, tiro a volo eccetera.

Malagò, esaurita la scia di indignazione politica per il mancato appoggio da parte del Comune di Roma per far tornare le Olimpiadi in Italia (a proposito, l'ultimo grande evento restano i Mondiali di Calcio del 1990 prima dei Mondiali di nuoto voluti proprio da Malagò e magari chiediamoci perchè non esiste più una politica sportiva, forse perchè sono finiti i soldi a forza di buttarli dalla finestra) potrebbe farsi due domande sulla scorza dei dirigenti sportivi: dal Tavecchio oggi sulla bocca di tutti, da Petrucci che salta tra FIP e FIGC dal 1977, da Di Rocco deus ex machina del ciclimo da 17 anni, da Binaghi nel tennis, da Gavazzi nel rugby al centro di una battaglia di potere ormai da anni. E potremmo andare avanti all'infinito.

Non esiste più una politica sportiva in Italia. Di questo dovrebbero parlare Malagò e il Ministro dello Sport Lotti prima di sparare su Tavecchio, il quale ha le sue colpe ben inteso. Senza l'educazione fisica nelle scuole, siamo fermi a qualche progetto di promozione sportiva nelle classi e niente più. Zero impianti, zero progetti, zero dirigenti. Il vaso di Pandora è scoperchiato. L'eco del "no" grillino alle Olimpiadi è ormai sordo alla luce della clamorosa mancata qualificazione ai Mondiali di Russia. E sparare su Tavecchio che vuole restare attaccato alla poltrona non risolleverà le sorti dello sport italiano. Serve un progetto serio. Allargare la base, tornare alle origini. Riflettere con lucidità e non di pancia. Come invece ha fatto Malagò, ma da lui ci si aspetterebbe qualcosa di più e di diverso.

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