Campioni di ogni tempo

Vale va veloce tra le curve spericolate e il marketing dell'Osvaldo

25 Aprile 2016

Correva l’anno 1998 quando a Montmelò, in Catalogna, dopo aver trionfato nel gran premio locale, uno sbarbato italiano, dal cognome inflazionato fino all’anonimo ma già campione mondiale della 125, sfrecciava per il giro d’onore con la sua 250 e l’imprescindibile numero 46 in bella mostra sulla tuta e la maglia del podio sponsorizzata “Polleria Osvaldo”.

“Certo, era il nostro sponsor storico – ricorda Valentino Rossi – che ci accompagnava fin dalle partite di calcio sul campetto di Tavullia.

C’era da sempre, e anche da prima, perché non è mai esistita, anche se giornalisti e troupe televisive cascarono mani e piedi nello scherzo e vennero fino a Tavullia per visitare e intervistare il pollivendolo che aveva avuto tanto fiuto da puntare su di me e arrivare – chissà cosa se ne sarebbe fatto – in mondovisione”.

Una goliardata, ma anche una bella mossa di marketing: sì, perché fu come presentarsi al mondo degli affari, delle aziende e dei centri media tirando loro in faccia un bel secchio d’acqua metaforico, come a dire “Che aspettate, di queste maglie da podio – e tute e caschi e cappellini – ne indosserò tantissimi e sono disponibile a farvi da uomo-sandwiches… Basta pagare e lasciar fare a me”.

Attenzione però, a non ridurre l’ultimo rigo del pensiero a “voi pagate che a vincere ci penso io”…

Già, perché come spiega papà Graziano - che di Valentino è stato un po’ il manager fin da quando le corse in moto Vale le faceva con Uccio e gli altri per sfuggire a vigili e carabinieri che li inseguivano per eccesso di velocità o difetto di età – quel “lasciar fare a me” significava e significa molto di più: per funzionare come “pilota di messaggi” Vale ha infatti sempre avuto bisogno di condividere il modo di comunicare e che il messaggio, lo spot, gli siano “vestiti” addosso, a mò di sarto.

Si sa perché lo chiamano - e si chiama- The Doctor? "Non c'è un vero perché -rivela papà Graziano- però dà un'idea di rispetto"...

Insomma, il suo Valentino pretende di essere se stesso anche nei break pubblicitari dove ha capito meglio di chiunque altro che oltre a passare per quel campione immenso che è, c’è bisogno di essere credibile, di presentarsi al pubblico come – sono parole sue - quel ragazzo un po’ sfigato e un po’ cazzone ma pieno di vita e di voglia di sfide, emozioni.

I fatti – solo in contratti pubblicitari il nostro vale tra i 15 e i 20 milioni l’anno – gli danno ampiamente ragione e le “sue” aziende pure: non serve vendersi per far comprare.

Se il Dottor Rossi, che dottore lo è per davvero grazie a una laurea honoris causa (non a caso in scienze della comunicazione) è un testimonial che Vale, con la “V” maiuscola lo deve, oltre che a vittorie e popolarità, oltre che a quella simpatia trascinante capace di non farsi scalfire dall’odio per chi vince troppo, a una parola chiave, magica come le sue curve spericolate: credibilità.

Correre e vivere, piegando in curva. Andando dritto per dritto alla meta fino a causare l'esaurimento e poi il ritiro a Max Biaggi e a vincere i duelli con Pedroza sul piano dei nervi.

A proposito di traiettorie spericolate, per esemplificare il concetto, è lo stesso Valentino a ricorrere a un altro Rossi, con la stessa iniziale anche nel nome “I miei spot devono essere, nel loro piccolo, come le canzoni del grande Vasco. Il quale può piacere – e io ne vado matto - o meno, ma nessuno potrà mai accusarlo di marciarci su o di non cantare se stesso, la sua poesia”. 

Messaggi freschi quindi, semplici ma al tempo stesso pieni d’ironia e rivelazioni: ecco il rimando al rumore della sua moto per una birra capace di abbandonare la classica bionda mozzafiato; ecco la sua tartaruga per reclamizzare connessioni e servizi superveloci; ecco il mondo delle nuove tecnologie e dei computer, del web, fare a gara non tanto per “targarlo” quanto per accompagnarlo in avventure sempre nuove; ecco la Fiat sponsorizzare la Yamaha, ecco che è talmente popolare e “spendibile” in ambienti diversi che il primo numero di un giornale finanziario conteneva più foto di Valentino della sua autobiografia (“Pensa se non ci avessi provato”, un successo planetario per l’editore inglese e il licenziatore Mondadori) .

Ogni tanto, non di rado, nel marketing fa come nella vita e cambia cavallo in corsa, come quando passò da Alice a Fastweb, per esempio.

E non è quasi mai una mera questione di soldi, in parte si tratta anche qui di accettare nuove sfide, molto che “io devo fare pubblicità al prodotto ma mi piace pensare che il prodotto la faccia a me e non vorrei – spiega Rossi - che alla lunga mi si etichettasse come quello di quel carosello piuttosto che di quell’altro. La faccia ce la metto, ci mancherebbe, ma un matrimonio pubblicitario deve essere da entrambe le parti una scelta quasi quotidiana, altrimenti se ci stufiamo noi, figuriamoci il pubblico”.

Sarà pure un fatto solo istintivo, addirittura casuale, ma il talento di mister Rossi anche per il mondo del business è sotto gli occhi di tutti: invece di starsene, bello e invincibile, alla Honda a guadagnarsi il “pane”, cioè 10 milioni di euro e l’ennesimo titolo mondiale, nell’autunno del 2003 scelse di passare alla Yamaha, che non piazzava una moto nei primi cinque da un paio di eternità, con un ingaggio inferiore di un milione di euro; ma come benefit chiese ed ottenne la gestione della carena per i suoi sponsor personali.

Morale: la storia insegna che conquistò subito il titolo aggiudicandosi oltre alla gratitudine della casa e di mezzo Giappone e oltre all’alone inestimabile di uomo che fa la differenza (“insieme al mio gruppo di tecnici e amici fedeli”, ci tiene a dire), un paio di milioni di bonus; ma quel che forse non tutti sanno è che “affittò” i suoi spazi per quattro milioni.

La sua arte in moto è una macchina da soldi, per sé e per chi lo mette in sella. Basti pensare a quanto successo, sempre a proposito del passaggio tra Honda e Yamaha, sulle Borse asiatiche: negli anni che Rossi aveva pilotato la Honda le azioni della scuderia avevano guadagnato il 75% nonostante la forte crisi nella vendita di auto mentre dopo, il titolo, ha cominciato a scendere, per contro, la Yamaha in due anni ha guadagnato due titoli mondiali e il 138 per cento. E senza spingerci fino a Tokyo, senza andare troppo lontano, guardiamo alla scommessa delle scommesse vinta, se non l’unica di certo la prima e la più importante per il palinsesto Mediaset, da Piersilvio Berlusconi.

Sarà che per le moto ci usciva pazzo, sarà che aveva intuito le potenzialità di Valentino, sarà perché gli altri player dormivano della grossa, fatto sta che per un tozzo di pane e formaggio PSB – così lo chiamano a Cologno – a un certo punto si portò a casa i diritti del motomondiale. Altro che le centinaia di milioni sprecate, pardon, investite sul calcio, altro che le cifre spropositate puntate dalla Rai sul sempre più noioso automobilismo: non bastano tutti i ragionieri del mondo per mettere in colonna addendi e risultati dell’operazione in termini di audience (tanto che quando si corre Italia1 era sempre la rete più vista) e fatturato di Publitalia.

Nella stagione scorsa i colpi proibiti con Marquez e Lorenzo, in gara e sui media. Anche quelli gli sono costati il Mondiale, ma finora il Vale della Polleria ha vinto tutto quello che c'era da vincere e se possibile anche quel che non c'era.

Mamma Stefania di lui dice: "E' forte come Alì, ha l'eleganza di Pelé, la costanza di Federer, l'applicazione di Mennea, la precisione di Michael Jordan".

Vero, con la faccia da Valentino, in più...

Bella storia. Ma la storia più difficile non è vincere, ma tornare a vincere...

E adesso? “Adesso pensiamo a vincere, gare e titolo, se ci riusciamo -dice Vale- e il GP di domenica mi ha regalato belle e nuove sensazioni, a cominciare da una partenza a razzo che non sempre mi viene"...

Campione spontaneo, in pista e fuori: “Lo scudetto dell’Inter? Un raggio di sole in una giornata di emme”, ebbe a dire.

In realtà non disse "emme", completò la parola. ma da vero “simpa” è sempre stato capace di sdoganare anche la parolaccia in fascia protetta. Dottore in comunicazione perché pensa come sente, agisce come dice e parla come mangia. Parla e scrive, perché fin dai tempi della Polleria Osvaldo, sul bavero della tuta da gara porta in promo lo slogan WLF, acronimo che inneggia a quella cosa che a far lo spelling diresti Firenze, Imola, Genova, Ancona. W la figa insomma. E viva la sincerità, vera anima del commercio.

 

 

 

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