Campioni di ogni tempo

Peter Norman, il soldato silenzioso della lotta al razzismo

17 Ottobre 2016

La prima volta che vidi la foto di Tommie Smith e John Carlos alzare sul podio il pugno col guanto nero e il capo chino è stato grazie ai libri di storia che ci facevano studiare alle scuole elementari. Non si usava far scrivere delle lettere ai genitori per dire che non avevamo passato l'estate a fare i compiti per vivere. Anzi, guai se qualcuno si azzardava a non farli i compiti. Erano mazzate, altro che.

Non c'era bisogno perchè le maestre sapevano il fatto loro, forse. O magari i nostri genitori si sentivano meno impadivi e capiscioni. Sta di fatto che era la seconda metà degli anni 80, e a scuola ci parlavano del Muro di Berlino, della guerra fredda, dell'Apartheid, della strage di Monaco del 1972 e tante altre cose interessanti oltre Fenici, Sumeri e antichi romani. Tra le altre, anche quella foto con due tizi di colore e un altro bianco sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico 1968. La premiazione della gara dei 200 metri piani. Sarà stato perchè le nostre maestre ci parlavano anche di Martin Luther King e Malcom X, non ci misi molto a ricollegare quel gesto a qualcosa di inerente la lotta per i diritti umani contro il razzismo.
 

Solo un elemento stonava: la figura dell'uomo bianco davanti ai due neri. Al contrario dell'impatto della foto in sè, non compresi subito chi era e il valore storico della sua figura. Ebbi la sensazione di un "bianco" decisamente distaccato e lontano dalla protesta degli altri due. Quasi altezzoso, superiore, tronfio nella sua presunta superiorità di razza. Ignoravo che il suo nome fosse Peter Norman, che fosse australiano e che fu al contrario il più eroico dei tre. Leggendo anni dopo la storia di Peter Norman, ho capito quanto fosse così enormemente sbagliata quella prima impressione da piccolo studente delle elementari.
 

Peter Norman, il velocista bianco venuto dall'Australia, corse quel giorno la gara della vita: uno scintillante 20.06 (che ancora oggi è il record australiano) che valse la medaglia d'argento alle spalle di Smith e davanti a Carlos. Ma quella gara, che fu bellissima, venne ricordata soprattutto per ciò che successe alla premiazione. Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti. Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi.

I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani. Norman rispose di sì. Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì. “Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”. Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza. Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere. Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri. “Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio. Ma poi Norman fece qualcos’altro. “Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.

Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”. Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”. I tre uscirono sul campo e salirono sul podio:  il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.

“Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”. Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione. Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte. Mai quanto Norman che fu osteggiato e dimenticato letteralmente dal suo paese. Lasciò l'atletica e si mise a fare il professore di ginnastica. Solo dopo la sua morte, il suo paese riconobbe il suo gesto e il suo esempio. Al suo funerale (morto nel 2006 per infarto) Smith e Carlos furono tra coloro che portarono la bara.



Quando nel 2005 al Campus di San José tolsero il velo da Victory Salute, la statua realizzata dall’artista americano Rigo 23, tutti si chiesero perchè su quel podio ci fossero solo Tommie Smith e John Carlos. Vuol dire che finalmente la gente aveva cominciato a chiedersi chi fosse Peter Norman. Dicono che sia morto nell'oblio, ma è vero solo in parte perchè, come spesso succede, la grandezza di alcune figure viene riconosciuta solo dopo la loro morte e con colpevole ritardo, come quello con cui il governo australiano si è scusato anni dopo per l'ostracismo mostrato verso Norman e la sua battaglia anni prima. Ma che tutti si ricordino di lui, oggi, tra la gente comune, è una piccola vittoria e un piccolo riscatto per il suo impegno, il suo coraggio e il suo esempio.



Forse le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt. “Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

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