Campioni di ogni tempo

Il più amato e il più odiato. Kobe saluta con 60 punti e una sentenza...

14 Aprile 2016

In fondo è giusto così. Chiudere spingendo al massimo, dando tutto, tirando tutto. 


di Filippo Graziani

Anche nella notte dell’addio quando bisogna sfoggiare il sorriso buono, proprio quando gli americani mettono in campo i loro lustrini ed effetti speciali, Kobe voleva spingere ancora, perché visto che lo ha fatto dal primo giorno in carriera con la divisa dei Lakers, non poteva snaturarsi proprio all’ultima allacciata di scarpe.

Così ne ha sparati ancora 60. Sessanta punti a quasi 38 anni. In soli 48 minuti Bryant ha ripercorso tutta la sua carriera, ricordandola soprattutto a chi non l’ha potuta vedere e l’ha sentita solo tramandare.
 

Scelto dagli Hornets e subito scambiato con i Lakers per Vlade Divac, Kobe ha giocato sin dagli albori con la squadra buona, quella chiacchierata e tifata. Nascosto dall’ombra imponente, anche letteralmente parlando, del gigante Shaq, a Bryant non è mai bastato vincere per dimostrare di essere il migliore.

Tante, troppe critiche nei suoi confronti, del resto si era abituati allo champagne buono, le bollicine di Michael Jordan, che ha preso la squadra più scassata della lega ed in un decennio e mezzo l’ha reso il marchio più importante dello sport mondiale. Tre titoli di fila sono tanti, ma vincerli con Shaquille a troneggiare nel pitturato non è roba così grande. E invece no, perché Kobe, nel “back to back to back” come lo ha definito lui, ha avuto un ruolo determinante, fondamentale.

Ce lo ha fatto capire dopo, alzando altri due titoli al cielo, uno dei quali, con gli odiati Celtics, che vale tantissimo. Questa è la parabola di Kobe, quella di un guerriero, che non si è autoproclamato “the King”, ma che si è preso quella corona, prima di tatuarsela sul braccio, con la forza, con il sudore, con il talento.

Kobe non è stato il più grande, ma ha avuto il coraggio di sfidare tutti, risultando perdente solo con “His Airness”. Ma parliamoci chiaro: chi ha avuto il coraggio di provare a sostituirlo? Solo lui.

Un combattente nato, un professionista serio, un talento cristallino e più italiano di quanto si creda, con Kobe Bryant se ne va un pezzo di storia, di quegli anni ’90-00, dove quando si scendeva in campo per vincere bisognava avere più cuore e coraggio degli avversari. 

E stanotte, in una di quelle notti in bianco, col volume della tv al minimo perché sennò mamma si sveglia, Kobe ci ha ricordato ancora che non ha mai avuto bisogno di applausi e video commemorativi in giro per gli States, perché quella non è mai stata roba per lui, odiato e criticato per tutta la carriera.

Anche stanotte lui ha giocato il suo sport, il suo basket, quello di chi parla poco, ma dimostra tanto. Quello di chi ha fame di dimostrare ogni singolo possesso, di essere il più grande. Un esempio che ogni singolo giocatore su questa terra dovrebbe fare proprio.

E oggi, al suono di quella dannata sirena, si può dire solo una cosa. Aveva ragione lui.

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