Campioni di ogni tempo

Il Mondo, quella sedia e il mister che allenava per amore del calcio e dello sport

29 Marzo 2018

Non alzava quasi mai i toni, Emiliano Mondonico. Al massimo, una volta, una sedia.

Era quella della finale di Coppa Uefa (quando ancora esisteva e contava, specie se ci arrivavi con il Toro) ad Amsterdam, tra il Torino e l'Everton. Il "Mondo" la sollevava per protesta, un po' perché di dire una parolaccia non se ne parlava nemmeno, un po' perché banale non lo sarebbe mai stato e molto perché, ecchecazzo (a noi invece scappano, le brutte parole, anche inventate), lui le ingiustizie non le sopportava proprio.

Credeva nei valori dello sport e in un pallone a misura d'uomo, prima ancora di ragazzi, cui ha sempre cercato di insegnarli (i valori) e insegnarlo (il calcio), il Mondo. Ed era bello così, stupendo e super, nella semplicità che hanno pane & salame (quando il salame è buono e anche il pane è pane sul serio) contro la nouvelle cousine di questi chef del beep, dei miei stivali, del menga intendo. 

Un po' di Nereo Rocco, meno del Trap, molto di Carletto Mazzone (parolacce a parte). E tanta scuola, grande sapere, mai ostentato. Un autentico maestro, sempre e comunque genuino e generoso, prima che, a suo modo, geniale. 

A Bergamo come a Napoli, Cremona, Como, Novara e perfino da pacato e sorridente commentatore in tv, in una tv spesso urlata e senza sorriso.  Chi ci ha avuto a che fare ha avuto una strada sola: volergli bene. 

Tanto che a proposito di quella famosa sedia, quando, sette anni fa, con un'operazione, gli venne asportata una massa tumorale di 6 chili, alcuni tifoso granati si ritrovarono spontaneamente, come in un flashmob d'Antan, davanti al Filadelfia (stadio ruspante, tosto, in fondo simile a lui, uomo dolce ma mai arreso) con decine e decine di sedie da alzare e alzate, come a dirgli "siamo con te", farglielo sentire a distanza...

Oltre alla sedia, in campo, ha portato in alto quel Torino e la "sua" Atalanta -Emiliano lo era di nome, era nato a Rivolta d'Adda- e da quando aveva preso ad allenare (come giocatore aveva comunque mostrato un qualche talento, a tratti ribelle) non aveva mai smesso, perchè, come ebbe a dire e ripetere "il calcio è passione e mi ha dato molto, anche la forza di lottare contro il cancro".

A Firenze gli hanno dedicato una via da vivo. Per quella passione, con passione, ha allenato i ragazzini delle media di Rivolta, gli ex alcolisti, i tossicodipendenti, spesso dalla parte dei deboli per provare a renderli un po' più forti. 

Era "testimonial" del Csi (quel "Centro Sportivo Italiano, dove ancora insegnano lo sport -che si tratti di calcio, basket oppure di atletica- come sport, non come fosse una fiction piena di star), ambasciatore reale della lealtà e dei traguardi intesi come sogni e sudore, del gioco, di vita. 

Fino in fondo. Lottando fino in fondo. Anche nel modo di andarsene. 

E di restare...

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