Campioni di ogni tempo

Di Bartolomei: il coraggio del capitano silenzioso

30 Maggio 2017

di Lorenzo Pulcioni

La lettera di addio di Francesco Totti nel giorno della sua ultima partita con la Roma nasconde una paura che sembra aliena per noi comuni mortali. Abituati a vedere il grande campione come uno contornato da soldi, fama, amicizia, amore e affetto. Eppure lo spettro della depressione può colpire in modo subdolo anche gli insospettabili. Colpì anche Agostino Di Bartolomei, quel 30 maggio 1994, dieci anni esatti dalla finale di Coppa Campioni persa in casa contro il Liverpool.

Ecco perchè le parole di Francesco suonano come un monito e forse una richiesta: "Concedetermi un po' di paura e stavolta sono io che ho bisogno del vostro aiuto e del vostro calore". La richiesta di non essere abbandonato e accantonato come capitò ad Agostino. Capitano e leader silenzioso di quella Roma bellissima e mitica. Dal carattere serio, imperturbabile, razionale, lontanissimo dal gesto così drammatico con cui, a dieci anni dopo di quella finale decise di farla finita.

Una morte che lasciò sgomenti i tifosi della Roma e che ricordiamo ancora oggi come gesto ultimo di unica drammaticità. Lui, il capitano del secondo scudetto, ma un'icona per tutti gli appassionati italiani di calcio dei ruggenti Anni 80. Si è portato via la sua vita Agostino, ma non il suo ricordo. Perchè nessuno vuole che la sua figura scompaia dall'immaginario collettivo. Colpevole il mondo del pallone di averlo accantonato, ma non al punto di dimenticarlo per sempre. E le vicende dei due capitani, finiscono per toccarsi fatalmente.

Giallo come il sole, rosso come il cuore. Era lo striscione che campeggiava il 30 maggio 1984 in Curva Sud la sera di Roma-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni. Quella del gran rifiuto di Falcao che non se la sentì di tirare dagli undici metri e allora Di Bartolomei, maglia numero 10 sulle spalle e fascia da capitano al braccio, gli tolse il pallone dalle mani e sprezzante si avviò verso il dischetto per segnare il primo rigore della serie. Inutilmente perchè poi i giallorossi persero partita e coppa, nel loro stadio e davanti ai loro tifosi.

Il capitano coraggioso e silenzioso provò a prendere per mano la squadra anche quella sera. Che resta il rimpianto più grosso per ogni tifoso giallorosso. Imperdonabile e inguaribile, come la sua scomparsa quando quello sparo ruppe per sempre la sua proverbiale imperturbabilità. Lui che romano e romanista fin dalla nascita, era forse l'unico figlio della Lupa a esser riuscito a rimanere impassibile e imperturbabile nei concitati attimi precedenti alla finalissima con i Reds di Liverpool.

Dietro l'impenetrabilità di quegli occhi scuri e di quello sguardo accigliato, era nascosto tutto l'amore per la sua Roma. Così come rimase nascosto poi, una volta appesi gli scarpini al chiodo, tutto il suo male di vivere, o di non vivere, a seconda dei punti di vista, la sua vita da ex calciatore. Oggi è diverso; le opportunità per un calciatore sul viale del tramonto di rimanere nell'ambiente sono di più. Fu forse la lontananza di allora a segnare un solco indelebile nel cuore e nell'animo di Di Bartolomei.

Ma nessuno a tanti anni di distanza vuole lasciarlo cadere nell'oblio. E nessuno oggi lascerà cadere nell'oblio, ammesso che sia possibile, Francesco Totti. Ed è anche grazie a quello splendido capitano silenzioso di un calcio che non c'è più che risponde al nome di Agostino Di Bartolomei.

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