Campioni di ogni tempo

Varenne. "Mamma butta la pasta che siamo campioni del mondo"

29 Gennaio 2019

di Giuseppe Cicconi

Le cose belle della vita capitano, con l’accento sulla “i”, nel senso che succedono: gli incontri, gli affari, a volte perfino gli affetti…

Figuriamoci i cavalli.

Prendiamo Varenne, il campionissimo italiano del trotto che ha fatto parlare di sé il mondo intero.

In principio - appena uscito fuori dal pancione di mamma Ialmaz - nessuno lo voleva.

E nemmeno dopo qualche mese di giochi nel paddock e di muscoli appena accennati, rubava l’occhio: tanto che il suo allevatore, Sandro Viani, di solito abituato a vendere tutta la produzione, di questo puledrino ancora senza nome riuscì a “sbolognare” solo metà, per 10 milioni del vecchio conio, a un francese, in Normandia.

Una volta lì, il nostro, giocava e si rotolava nel fango, ottenendo soprattutto due cose: di non farsi mai scegliere – sporco com’era sembrava il brutto anatroccolo - dai compratori e di stare sulle scatole ai coetanei per quel suo vizio di mettersi sempre davanti a tutti; tanto che prima del nome Varenne si conquistò il nomignolo di capitano, con l’accento sulla “a”, nel senso di guida, conducador.

Il nome, invece, arrivò proprio dal suo essere italiano in Francia, come l’ambasciata italiana o meglio la camera di commercio italo-francese di Parigi, sita appunto in Rue de Varenne.

Diplomatico o no, quel puledro non se lo filava proprio nessuno.

Tornato in Italia, servitore di due padroni, entrambi si misero in cerca di un terzo che si “accattasse” er pupo.

Lo prese Paolo Bezzecchi ma fu costretto a restituirlo al mittente per via di un chip non dichiarato al ginocchio; fecero per prenderlo altri due veneti, Paolo Leoni e Lorenzo Mion, ma alla fine non lo presero neanche loro...

Ma più del francese Dubois e del veneto Viani, la possibilità di trovare un pollo potevano avercela il romano Gianpaolo Minnucci e il finlandese Jori Turja, team (guidatore e trainer) della scuderia dove Varenne era stato parcheggiato. Minnucci e Turja, che prima del Capitano erano considerati un po’ come Stanlio&Ollio, credettero più o meno in quel cavallo dall’andatura all'epoca poco spontanea ma dall’innata potenza. E poi il compratore, loro ce l’avevano. E senza problemi di “piccioli”: Luciano Moggi.

Sì, proprio lui. Quello di Calciopoli.

Per una volta però -siccome le cose belle capitano quasi sempre alle stesse persone ma per fortuna c’è il quasi che salva (o illude) tutte le altre-perfino lui, universalmente noto come Lucky Luciano per i modi da “boss” e la fortuna sfacciata (o meglio ancora, cioè peggio, le due cose insieme), si fece sfuggire l’affare.

Minnucci lo chiamò alla vigilia di una partita. “Ho due trottatori fantastici da riscattare. Vuoi prendertene uno?”, gli chiese. Moggi rispose con due domande: “Come si chiamano e quanto costano?”.

Luciano, uno lo prese: Voyant. Forse gli piacque di più il nome, più probabilmente si disse che se Varenne costava 70 milioni in meno un motivo ci doveva pur essere; peggio ancora, le due cose insieme.

Il “pollo”, insomma, non si trovava.

Avrebbe potuto prenderlo Urbano Cairo, se avesse seguito le cose del trotto: in fondo Varenne era nato il 19 maggio 1995 e il 19 è il giorno fortunato dell’editore più fortunato d’Italia; avrebbe potuto prenderlo qualche proprietario straricco, di quelli che sparano nel mucchio alle aste e prima o poi, dalla quantità, pescano anche il cavallo buono…

Ma oltre a essere scorbutico, vanitoso e poco empatico, il Capitano soffriva appunto di quel chip, un distacco cartilagineo al posteriore destro e questo da un lato ne metteva a rischio la carriera non ancora iniziata e dall’altro raffreddava ogni trattativa.

Alla fine – cioè all’inizio - un fesso si fece avanti. E fu così che il napoletano Enzo Giordano, non meglio identificato che come agente di cambio, se lo portò a casa.

Per 170 milioni di vecchie lire (il prezzo, tra un passaggio e l'altro, era lievitato in maniera esponenziale, tanto che la leggenda vuole quando avvenne la consegna della valigetta i testimoni non volevano credere "potesse esistere un grullo capace di buttare una somma del genere per un ronzino, oltretutto invalido o giù di lì") Giordano se lo portò a casa.

Oddio, proprio a casa no, visto che l’unico problema del nuovo proprietario di Varenne era tenere nascosto l’acquisto alla sua compagna: “Avremmo rotto – racconta Giordano qualche tempo dopo - se ne sarebbe andata se avesse saputo che buttavo così i soldi dalla finestra”.

Glielo rivelò il giorno del matrimonio, appena sposati; anzi, le spacciò Varenne come regalo di nozze, anche perché proprio quella sera Varenne esordiva in gara, a Bologna, dove la coppia volò, anzi, ci andò in macchina perché a Giordano, di salire su un aereo non gli era mai passato per la capa. Paura.

Come quella del cavallo al debutto: ruppe, cioè confuse l’andatura, e pur dimostrando un potenziale fuori dall’ordinario finì squalificato sulla prima curva e poi platonicamente secondo, con inutile ma clamoroso recupero.

Lo guidava, in quella occasione, Roger Grundin, driver svedese che sceso dal sulky (per i profani è il biroccino attaccato ai cavalli del trotto) ebbe a dire le prime due parole in perfetta lingua italiana: “Mamma mia!”. Un’esclamazione che era insieme di rammarico (per la corsa persa) e meraviglia per la cattiveria agonistica che il puledro aveva mostrato: di starsene dietro proprio Varenne non ne voleva sapere, lui era il Capitano e doveva stare davanti a tutti. Maledetta rottura...

Tra i coetanei, intanto, si vanno facendo largo i più precoci (e sfruttati) e uno in particolare sembra avere la stoffa del campione, tale Viking Kronos. Allevato da un italiano ma cresciuto in Svezia e allenato e guidato da un albanese, Lufti Kolgini,

Viking vince sempre e ogni volta migliora di un niente il record fino a meritarsi il soprannome di Piccolo Bubka (il saltatore con l’asta che sapeva dosare i propri progressi così da incassare più volte i bonus per i record mondiali). Viking ha prerogative uniche per un cavallo: si allena giocando a pallone, gli piace da morire viaggiare e non sa rompere, il suo trotto è innato, spontaneo, naturale.

Gli altri – Varenne compreso – vengono al mondo con l’istinto di galoppare e solo dopo la doma indotti al trotto, lui trotta, e forte, fin dai primi passi mossi nel paddock. E lui, il Capitano? Ah, lui se ne sta nella bambagia, rispettato dagli uomini più per forza che per amore o intelligenza: c’è da tenere sotto controllo il distacco cartilagineo e, secondo gli ordini del veterinario Iannarelli, non si può avere fretta. Questa è una delle grandi fortune del Varenne che conquistò il mondo dall'autunno dei tre anni in poi. E in modo particolare dal pomeriggio del Derby.

Già il Derby, la corsa della svolta: Varenne ci arriva in crescendo, con una bella serie di vittorie ma sempre battuto da Viking (che nel frattempo è passato a difendere i colori di Fulvio Montipò, imprenditore di successo che si è fatto da sé e via via che metteva su scuderia portava in tutto il mondo e in Borsa i prodotti della sua Interpump); logico che il Piccolo Bubka parta favorito, ovvio che la cosa a Minnucci, Turja e Iina (la giovane e piacente lad scandinava che accudisce giorno dopo giorno il cavallo di Giordano) la cosa non vada giù.

In particolare a Minnucci, al quale è rimasto sul gozzo lo sfottò che Kolgini ha rivolto ai battuti nel Gran Premio Nazionale, a San Siro. Come andò a finire? Con Giampà, trasteverino doc, e Varenne incoronati dal traguardo e il driver incapace di un’esultanza normale, priva di polemica; Viking invece fu solo quarto, si dice per un problema agli arti, e perché zoppo o non zoppo tener botta a quel Varenne avrebbe fatto scoppiare il cuore a chiunque.

Fu l’ultima corsa del Principe Viking (che venne ritirato in razza), la prima di Sua Maestà Varenne. Da allora, la carriera del Capitano è una continua esplosione. Un giornalista del Corriere della Sera, Alberto Caramella, per il suo quarto compleanno gli regala la copertina di Sette (di cui naturalmente il cavallo non sa che farsene) e gli pronostica un roseo futuro internazionale. Ci prende.

L'anno successivo, dopo 13 vittorie consecutive in giro per la penisola, Varenne lancia la sfida alla campionessa mondiale Moni Maker, una femmina con le palle quadre (scomparsa a inizio maggio) che arriva a Milano per il Gran Premio delle Nazioni forte del titolo di regina di cuori (nonostante sia mezza americana e mezza canadese ha stregato quello degli sciovinisti francesi che di solito nemmeno considerano i trottatori nati fuori dalla grandeur di casa), di fiori (ha conquistato corone di alloro sulle piste di tutti i continenti e di ogni Paese tranne che in Inghilterra per il semplice motivo che nel Regno Unito si corre solo al galoppo, il trotto non esiste ed è anzi peggio che per noi il pudding) e soprattutto di denari (è la più ricca di tutti i tempi, o meglio, lo sono i suoi proprietari grazie a quello che ha vinto lei).

Varenne le dice picche: l’attacca una, due, tre volte e poi, al diavolo la cavalleria, ne debella ogni resistenza e la sorvola in dirittura d’arrivo con tutta la tribuna di San Siro – anche la gente che aveva puntato su Moni Maker - che urla impazzita e non è per il freddo cane o la nebbia che da quelle parti fa molto canzone di Vecchioni (il primo a linkare, sul suo sito, quello di Varenne che è il primo cavallo italiano ad avercelo, un sito) e castagne, è solo perché quel cavallo è italiano e ancor più perché è un cavallo, un semplice cavallo con una piccola storia da brutto anatroccolo alle spalle e un futuro invadente (per dirla alla De Gregori) oltre l’orizzonte.

Invadente, come vedremo, ma strepitoso. Intanto ecco la prima amicizia da fiaba, il primo “stranamore”: è quello per Iina, con Iina, quella ragazza bionda che forse gli voleva dire, ma tanto i due non hanno mai avuto bisogno di parole…

Iina, che di cognome fa Rastas, per quel cavallo con gli occhi da cerbiatto, lo sguardo di fuoco e una stellina bianca spolverata in fronte, ha interrotto gli studi lassù in Finlandia è andata a vivere in una stalla (sia pur di lusso) a Tor San Lorenzo e con lui ha girato il mondo; senza lasciarlo mai ma senza rompergli troppo le scatole: nemmeno quando massaggiatore privato - di Varenne, non di Iina – fisioterapista e pranoterapeuta rimettevano in sesto i muscoli del Capitano, nemmeno quando il troppo amore della folla rubava a Varenne la privacy e i pensieri.

Ma torniamo al futuro, al futuro invadente, quello disegnato dagli uomini e dalla loro avidità. Anzi, a un attimo prima che capissero che Varenne non era il semplice cavallo che era ma la vera gallina dalle uova d’oro.

Siamo nell’autunno del 1999, con il nostro in procinto di iniziare un tour – di più, una tournee – mondiale: Parigi, New York, Stoccolma, l’Australia, il Canada… Sempre in concomitanza con le sfilate dell’alta moda. Una coincidenza che si dice non sia sfuggita alla Camera della Moda italiana e a Re Giorgio Armani in persona.

L’idea sarebbe stata di sponsorizzare il Capitano, vestirne il suky, la giubba, magari lo staff (guardie del corpo comprese) e portarlo in passerella per un trionfo del made in Italy.

Non se ne fece mai niente. La leggenda popolare, altro non può essere, narra che fu colpa di Moggi: la storiella è che Lucky Luciano, tramite Minnucci assurto a procuratore di Varenne, abbia posto qualche domanda di troppo in merito a fantomatiche provvigioni e fece saltare il business.

Il made in Italy sbagliò cavallo, Armani restò a piedi e Varenne continuò a vestire i colori della scuderia Dany, quella di Enzo (e Daniela) Giordano. A fine gennaio, entrato nel quinto anno d’età ma ancora fresco grazie a quel problema di cartilagine che ne impedì uno sfruttamento intensivo da puledro, il primo assalto all’Amerique, la classicissima del trotto: Parigi, la pista in carbonella di Vincennes, gli occhi di tutto il mondo (inglesi a parte) addosso e gli scongiuri dei francesi che al Capitano contrappongono un certo General du Pommeau.

Vince il normanno e Varenne è “solo” terzo, preceduto anche dalla “ballerina” Fan Idole. L’impresa è soltanto sfiorata ma ormai Varenne è nell’Olimpo dello sport mondiale e di tempo per scalarlo ne ha, oltre ad averne la forza...

Era di maggio quando, nella Napoli appassionata di Enzo Giordano, va in scena il Lotteria di Agnano. Varenne trionfa ma Giordano non va in premiazione: dall’emozione ha un malore e si gode il tutto dall’infermeria. Il pubblico è in delirio: meno male che c’è Iina a salvare Varenne dal soffocamento.

Al posto di Giordano ecco palesarsi gli uomini della Snai che – l’annuncio viene dato dopo la corsa – ne rilevano i diritti d’immagine e la comproprietà al 50% (ma questa solo per la carriera agonistica) per 7 miliardi delle vecchie lire. A proposito di affari, Varenne diventa Capitan Tim, dato che al gruppo guidato da Marco De Benedetti riesce di sponsorizzare la giubba di Minnucci: non sarà Armani, come eleganza, ma i soldi esercitano comunque un gran bel fashion.

E di soldi, correndo, il buon Varenne ai suoi uomini ne farà guadagnare tanti, qualcosa come 7 milioni di euro (e alla Snai anche di più, sostenendo il titolo in Borsa a colpi di immagine e di vittorie).

Torniamo a Parigi e a quel terzo posto. L'anno dopo e quello dopo ancora, Varenne torna a Vincennes per l'Amerique ed entrambe le volte è trionfo, come lo è quello nell'Elitloppet 2001, contro il campionissimo svedese Victory Tilly, che almeno sul miglio gli contende ancora lo scettro del migliore, del più forte. Con quella sfida Varenne scrive un'altra grande, immensa, pagina di Storia e vi consegna anche il telecronista italiano, Salvatore Mattii, che commosso e orgoglioso del "cavallo che non era mai nato", nei pressi del palo sussurra urlando al Cielo e alla madre, scomparsa pochi giorni prima: "Butta la pasta mamma, butta la pasta che siamo campioni del mondo. Siamo campioni del mondo, mamma"...

 

Due trionfi nell’Amerique (con i francesi a sottolineare il nome chiaramente francese del nostro campione, che mica si chiamava Coppi oppure Bartali, si chiamava Varenne) e 52 in altrettanti gran premi in giro per il mondo. All’inseguimento di ogni bonus e super bonus fosse possibile inseguire, spremendo l’atleta che sembrava non avere limiti oltre ogni limite psicofisico di atleta e cavallo. Tanto che mai addio fu più mesto: si guadagnò uno stop per aver gareggiato impomatato di una pomata vietata e Minnucci restò a piedi per avergli inflitto una frustata di troppo nel tentativo, semplicemente stupido, di battere l’ennesimo record contro il tempo.

E proprio nell’ultima corsa, con Mediaset che strappò la diretta dal Canada alla Rai, finì battuto e umiliato. Si guadagnò anche due “copertine” di peso, per così dire bipartisan: l’editoriale di Vittorio Feltri su Libero e l’intervista di Mino Bora su L’Unità.

Dal giornale ai tempi diretto da Colombo il Capitano lamentava la spremitura, di infischiarsene dei record contro il tempo (lui godeva a battere gli avversari, non le medie al km), dell’addio a Iina, e delle tante parate che lo trasformarono - un po’ circo e un po’ letterina - in una sorta di Rising Star, il cavallo del Cavaliere Elettrico di Sidney Pollack che Robert Redford e Jane Fonda rapirono per ridargli la libertà.

Ma spiegava anche di essere pronto a rifare tutto, altre cento volte, in cambio di una notte d’amore, con una giumenta in carne e ossa, magari con quella ballerina francese…come si chiamava…Fan Idole… In fondo, vincere era il suo mestiere e il suo hobby, non gli pesava, gli veniva naturale. Il prima e il durante. E il dopo gare? Pare che vennero firmati addirittura due contrattii, ma Varenne - con tanto di patteggiamento milionario dopo disputa legale - il suo nuovo mestiere di stallone lo svolge in Piemonte, a Vigone dove è stato trasferito per una cifra (cash) che si dice superiore a 8 milioni. Di nuovi euro. Un altro gran bel colpo per i venditori, un investimento neppure a lungo termine per gli acquirenti: il tasso di monta del Capitano è stato fissato, per il primo anno, in 15mila euro. Dal seme di Varenne nasceranno duecento puledri l’anno, per un incasso di 3 milioni di euro a stagione. Ma per coronare il sogno d’amore del nostro ci sarebbe voluto un mecenate o una grande azienda che capisse il grande ritorno di immagine nel comprarsi un gran numero di monte e potere lanciare lo slogan “abbiamo fatto felice Varenne”. Già, perché fino a quando non è intervenuta una questione sanitaria, Varenne è stato il toro da monta che tutti gli allevatori sognavano, ma di cavalle nisba, non pervenute, non viste nemmeno a parlarne.

Ha avuto abboccamenti con trespolo, in stile bambola gonfiabile (anzi, figa di legno). «Per proteggerlo - spiegano dal centro che ne gestisce il business - Un eventuale calcio della sua partner amorosa poteva danneggiarlo». Sarà. Ma forse l’inseminazione artificiale presentava più che altro vantaggi economici: una fattrice per restare gravida di Varenne non deve necessariamente spostarsi da dove si trova - anche in capo al mondo - fino a Vigone e soprattutto non c'è spreco, nessuna dispersione, del prezioso seme del campione. Insomma, se con l’accoppiamento tradizionale, al massimo, si fecondava l’ovulo della giumenta, ogni «botta» al trespolo può lasciare in gioco un numero decisamente superiore di spermatozoi.

Varenne, come padre, ha concepito centinaia di campioncini. La sua prima femmina passata alle Aste, Imera Dei, venne ceduta dallo stilista Roberto Cavalli (o meglio, dai suoi figli, Tomaso è un grande appassionato, allevatore e gentlemen) a un altro imprenditore di moda, Athos Lombardini, per 150mila euro...

Lo stesso Lombardini, dopo l’acquisto, ammise: “L’avrei preso a qualunque prezzo, per due ragioni. La prima è il marketing: pagando il più pagato figlio di Varenne conto di fare pubblicità a me e alla linea di abbigliamento che porta il mio nome”. E la seconda? “La seconda è una specie di penitenza, di seconda occasione che mi sono concesso. Confesso che Varenne, da puledro, fu proposto anche a me. Risposi picche, che mica ci avevo scritto Jo Condor".

Varenne ha 23 anni, vive nel buen ritiro di Vigone, coccolato dall'affetto dei Brischetto e di Anna, la lad che lo segue passo dopo passo e lo accampagna -scorta premurosa e gentile, ma anche un pochino gelosa- in ogni viaggio.

Al Capitano ora le passerelle piacciono e servono: primo perché spesso sono a fin di bene, come quando viaggia insieme alle Stelle (si parla di un grande evento a inizio agosto, in Emilia, all'insegna della passione e della solidarietà, grazie alla sensibilità del circuito e a quella della nuova Snai e di Giordano) e secondo perché vestire i panni del divo è sotto sotto gradevole, gli applausi gli scaldano il cuore...

Adora i bambini, ne avverte la purezza. Una volta a Montegiorgio lo hanno nominato "Ambasciatore delle Marche e del Fermano", con tanto di decreto della Presidenza Repubblica, l'anno dopo a Civitanova ha regalato all'incredibile Jessica Pompa il sogno di salirci in sulky, per lui la prima dopo tanti anni e dal suo ritiro, poi, appunto, dopo aver fatto nuova visita a Napoli, ed essere stato, nel 2016 all'Ippodromo del Castello, vicino a Parma, come testimonial speciale di Exodus e grande alfiere del trotto italiano e mondiale.

Un diplomatico davvero speciale. Al di sopra di ogni sospetto. 

Un campione unico. Il cavallo che non era mai nato...

  • Varenne in allenamento
  • Nell'intervista concessa a L'Unità
  • Con il giornalista Sabelli Fioretti
  • Con la straordinaria Jessica Pompa, in uno scatto per il servizio di Oggi intitolato La Bella & il Campione
  • Con l'inseparabile groom Anna
  • Con la show girl Anna Falchi
  • In una foto di Gresi Bronte, mentre si gode una torta di mele e carote

Il tuo driver del trotto preferito

Vota quello che ti ha fatto o ti fa entusiasmare con le sue guidate

9.92% Sergio Brighenti, il Pilota

6.79% William Casoli, il Professore

3.79% Edoardo Gubellini, il Gubella

4.05% Giancarlo Baldi, Tamberino

2.61% Carlo Bottoni, il Sorcio

7.31% Vivaldo Baldi, Decione

4.70% Nello Bellei, Ivan

10.57% Marcello Mazzarini, l'Ottavo Re di Roma

2.48% Anselmo Fontanesi, il Morino

11.88% Enrico Bellei, il Cannibale

0.65% Lamberto Guzzinati, Lambretta

1.57% Walter Baroncini, il Mago

3.26% Gian Paolo Minnucci, Jean Paul

1.70% Armando Pellicci, Er Pomata ("io c'ho i ritagli")

6.92% Pietro Gubellini, Pippo

6.40% Vittorio Guzzinati, Toscanini

2.87% Giuseppe Pietro Maisto

7.96% Roberto Andreghetti, Roby

2.61% Biagio Lo Verde

1.96% Pasquale Esposito jr

Ti consigliamo

Chiacchiere da bar

I CAVALLI DI VECCHIONI, JESSY E IL VARENNE "TRES B

Il cavallo è da sempre simbolo, immagine e compagno di avventura di musicisti e parolieri, in ogni manifestazione ed impiego. Anche l'ippica e le corse hanno dato il loro bel contributo, per esempio, alla canzone d'autore italiana.

23 Maggio 2015

Campioni di ogni tempo

Quel naso triste da italiano allegro

Ginettaccio Bartali, l'antidivo che con la bici e la pasta ci faceva l'amore

18 Dicembre 2018

A briglia sciolta

LA BANDOLERA JESSICA E LA MAGIA DEI CAVALLI

Una favola vera, scolpita sulla roccia dei sogni, della passione e di un talento semplicemente unico

6 Dicembre 2018

A briglia sciolta

RIBOT, IL CAMPIONE CHE AVEVA UN PATTO CON IL DESTI

Nato il 27 febbraio 1952 da un incrocio più magico del Criss Cross (il primo reggiseno senza ferretto), quello tra babbo Tenerani e mamma Romanella, Ribot è il cavallo che più e meglio di ogni altro è passato alla storia ed è andato anche oltre, diventando leggenda tramandata di generazione in generazione tra gli appassionati dell’ippica e del galoppo in particolare, ma arrivando anche a chi, in un ippodromo, non era mai stato.

27 Novembre 2018

A briglia sciolta

L'Amerique, il Lotteria, i Numeri e il mitico Filo

Di quando Vecchioni e Casoli mi diedero una bella lezione

25 Gennaio 2019

BarGirl

Miss Ippodromo: wild card per la bella e sensuale

Viene da Vigevano e prende il posto di Sonia Costi, eliminata

23 Gennaio 2019