Parole&Pensieri

Su e giù per Sanremo

11 Febbraio 2018

di Alberto Foà

Un Sanremo diverso e per lunghi tratti perfino bello, sia pure con delle cadute (di stile, qualità e soprattutto ritmo) da due in pagella, tanto che i primi bocciati del Festival sono gli autori (ed è strano perchè nel gruppo che lo ha firmato ce ne sono di bravi e collaudati). 

Male, da questo punto di vista, quasi tutte le gag, tanto che in tutto lo show, a parte in qualche momento di Favino e in quattro battute (probabilmente improvvisate) di Baglioni si riesce a ridere solo quando scende in campo e va in scena e in onda la classe di Fiorello, l'umorismo del Mago Forest, il trasformismo di Virginia Raffaele e la comicità -e la simpatia prma ancora- di Nino Frassica.

Da ridere, ma solo per non piangere dal mal di stomaco anche gli ospiti stranieri che cantano in italiano, con Sting che si fa male da solo e l'attimo, per fortuna breve, del grande James Taylor ridotto a macchietta (tanto da sembrare più Terence Hill o Luca Sardella) quando intona -si fa per dire- "La Donna è Mobile". Magari glielo avrà imposto la Tim, comunque il riscatto è immediato e chi ha resistito e non ha cambiato canale si gode la perla del duetto con Giorgia e la leggerezza imponente di un artista semplice e immenso, capace di attraversare i tempi, voce, chitarra e poesia.

Bocciati anche molti dei pezzi con Baglioni, che storpiano pezzi di Baglioni che sono capolavori assoluti: una volta applaudite le performance con i Negramaro, con Paoli e con la Nannini, si può ammirare Laura Pausini, discutere su "E tu" con Fiorello, lasciar passare il duetto con Antonacci, ma quelli con Il Volo sono da pistola alla tempia (non necessariamente la propria, loro sono in tre e c'è la scelta), su quelli con le varie "giornaliste" (anche qui, mannaggia agli autori) viene solo da chiedersi perché, per non dire di come a sua volta il buon Claudio abbia ferito Samarcanda e insieme a Pelù invece che omaggiare Battisti ne abbia ucciso un brano speciale, come a sottolinearne involontariamente il titolo, "Il Tempo di Morire".

Scivolonii a parte, Baglioni era partito tenendosi in disparte la prima sera e sembrava quella una scelta da peersona intelligente quale indubbiamente è, poi si è via via allargato e anche da protagonista è piaciuto. In tanti gli rimproverano di aver cantato troppo e di aver trasformato il Festival in un borderò da boss della Siae con tutte le sue canzoni, ma punto primo su cosa avrebbe dovuto puntare uno che ha sempre fatto il cantante e lo ha sempre fatto bene, punto secondo sarebbe stato certamente peggio se a presentare Sanremo avessero chiamato i Modà e punto terzo semmai, il rammarico, è appunto che invece di far da sè ha prestato note e parole a chi non lo meritava.

A tratti fuori posto Michelle, che però come sempre ce l'ha messa tutta e per altri si è assunta parte, ruolo e responsabilità da conduttrice (specialmnte nelle ultime duee serate e nel primo quarto d'ora della prima), per certi versi rivelazione e per altri "freno" Pierfrancesco Favino, i due presunti valletti, insieme, si sono presi la promozione con la speciale esibizione di Despacito; promossa l'orchestra, anche se ovviamemte per certi brani sarebbe stato meglio si limitasse all'essenziale e in altri addirittura che non ci fosse.

Favino, poi, ha giganteggiato con il monologo della finale, decisamente il momento più alto e "catalizzante" dell'intero festival, a dimostrazione che sarà anche stato sorprendnte come ballerino, cantante, valletto e conduttore ma la cosa che sa far meglio è recitare e quello, appunto per un momento, gli hanno lasciato fare. Davvero bello. Il monologo, intendo. Toccante.

 

Bene, fuori dal coro delle cose cantate, l'appassionato amore per le parole e la parabola di Samarcanda di Roberto Vecchioni, inutile l'ospitata del trio Renga, Pezzali e Nek che in parte, presi singolarmente (e a piccole dosi), sono anche bravi ma in tre sono un pasticciaccio (con tanto di grande pubblico) e con Baglioni riescono quasi a rovinare Strada Facendo. 

Tra le nuove proposte bocciato Leonardo Monteiro che con "Bianca" è riuscito a portare in gara una canzone brutta plagiando "Brutta" di Fabio Canino, che era una bella canzone e da palloncino tipo etilometro la giuria della sala stampa che ha assgnato il premio Lucio Dalla ad Alice Caioli per "Specchi Rotti" quando gli specchi non so ma di rotto c'è ben altro a furia di sentire brani urlati come se l'unico modo possibile fosse quello di Amici, anche per chi da Amici, buon per lui, non è passato.

Tra i big, detto che il trionfo di "Non mi avete fatto niente" ci può stare ed è spiegabilissimo nonostante io, per esempio, trovi alcuni ingredienti -e motivi- fastidiosi (ma a Sanremo - e anche tra i vincitori di Sanremo - si è sentito di peggio) e che sul podio ho visto benissimo Lo Stato Sociale vera rivelazione del Festival, e più di Annalisa (bravissima, ma con un brano quasi qualsiasi) avreei visto altrettanto bene almeno uno tra Gazzè (che venderà più dischi di Ermal Meta, scommettiamo?), Barbarossa (bravo, autentico, semplice e intenso in un tempo solo) e perfino due "matusa" (ma la classe è come l'amore e il mal di denti: non ha età) quali Ron (specie nel duetto con Alice) e Ornella Vanoni (ieri sera in forma meno ideale), promuoverei Red Canzian, la musica (pur non proprio originalissima) dei Decibel, l'arrangiamento (e le interpretazioni) di Diodato & Roy Paci e di Avitabile & Servillo e, nel suo genere, il testo della canzone di Facchinetti & Fogli, che quanto a interpretazione non si può dire si siano arrangiati, anzi, sono stati un duplice disastro quattro per quattro, come la trazione di certi Suv, intese come le serate in cui hanno cantato.

Peggio ancora dei due ex Pooh, che sono sembrati ex in senso assoluto ma almeno avevano un testo, hanno combinato Elio e le Storie Tese, che prima si sono bruciati il culo con la paraculata del lungo addio, poi sentita la canzone, in culo ce li avrebbero mandati davvero tutti, tranne forse, i parenti stretti, ma proprio quelli strettissimi.

Le Vibrazioni cantano un pezzo dei Negramaro con lo stile dei Negramaro molto peggio dei Negramaro, Noemi uno simile (ma non all'altezza) a tanti di Noemi però urlato come Emma versione Modà e "Senza Appartenere" è titolo quasi profetico per il brano di Nina Zilli (bella, elegante e dotata) brano che non sembra essere nè zuppa nè pan bagnato e, soprattutto, non pare appartenere a questo secolo, tanto è fresco, cioè appunto superato ma peggio hanno fatto in quel senso Renzo Rubino e soprattutto Giovanni Caccamo, interprete improponibile di un brano bellamente sdolcinato e davvero brutto. 

E qui, come avrebbe fatto Scoglio, chiudo. Alla maniera di Gabbani: prima Amen e poi Namasté. Vado a pranzo. Passame er sale...

 

 

  

 

 

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