A briglia sciolta

RIBOT, IL CAMPIONE CHE AVEVA UN PATTO CON IL DESTINO

1 Aprile 2015

Nato il 27 febbraio 1952 da un incrocio più magico del Criss Cross (il primo reggiseno senza ferretto), quello tra babbo Tenerani e mamma Romanella, Ribot è il cavallo che più e meglio di ogni altro è passato alla storia ed è andato anche oltre, diventando leggenda tramandata di generazione in generazione tra gli appassionati dell’ippica e del galoppo in particolare, ma arrivando anche a chi, in un ippodromo, non era mai stato.

La sua storia ha assunto i contorni di una vera e propria favola, a tratti sfiorando l’incredibile, l’impossibile e il miracolo, come spesso –per non dire quasi sempre- per i veri fuoriclasse, cui quasi nessuno crede mai perché, appunto, fuori dagli schemi e dai prototipi di atleti e sportivi. Succede a volte anche tra gli umani, che pure possono decidere da sé e spiegarsi, figuriamoci con i cavalli, che devono far capire alle persone (che quasi mai li sanno ascoltare e sentire con i sensi e per il verso giusto) quando e dove provino dolore, cosa gli piaccia o non gli piaccia fare, come vogliano correre e ancor più banalmente per quali distanze siano tagliati.

Testa e cuore sono sempre più importanti del fisico. Per questo il rachitico Mennea è stato capace di bersi i neri americani, per questo il campionissimo del trotto, Varenne, per lungo tempo non ha trovato un proprietario che volesse comprarlo e tenerselo, per questo, tornando ai purosangue come Ribot, Seabiscuit e Secretariat furono scartati da tecnici ed esperti anche se poi si guadagnarono gli Oscar di Hollywood e, per questo, venendo ai campioni di casa nostra, Sirlad da puledro era meno stimato di altri “colleghi” di scuderia e Tony Bin –poi vincitore di Arc de Triomphe- veniva impegnato come galoppino, battistrada, del compagno di colori (quelli della White Star di Luciano Gaucci, dietro ai quali qualcuno “sospetta” si nascondesse un certo Giulio Andreotti) Alex Nureyev, non fosse altro che questo –bellissimo e progettato per vincere- era costato due miliardi di lire e lui qualcosa come 7 milioni.

Ribot da puledrino, non era solo più mingherlino di Mennea, ma era considerato proprio brutto, al limite dello “sproporzionato”. Tanto che quando, dopo la doma, gli uomini della Dormello Olgiata (capitanati da Tesio, grande allevatore –insieme a Donna Lydia, sua moglie – e allenatore proprietario) lo portarono in pista, per il primo galoppo d’allenamento, dovettero fare diversi buchi al cosiddetto sottopancia (la cintura che tiene ferma la sella) e “accorciarlo” di 20 centimetri rispetto alla misura di solito adoperata per i puledri.

Insomma, ci fu chi sotto i baffi (e chi non li aveva dovette improvvisare, per non essere visto da Tesio) sorrideva, da quanto gli pareva ci fosse da piangere.

Alla morte del suo “ideatore”, Ribot passò come tutti i cavalli della Dormello al Marchese Incisa e per lui debuttò –era il 4 luglio “54- in una corsa allora come tante, il Premio Tramuschio, sulla distanza più breve di quelle previste per i galoppatori, quella dei 1000 metri.

Aveva un caratterino niente facile, Ribot, forse ereditato dalla madre, ottima cavalla ma ritenuta troppo istintiva e nervosa, e al debutto rischiò di perdere per il gusto di guardarsi intorno e distrarsi; anzi, vinse solo con la compiacenza di una compagna di scuderia, una specie di cavalleria e galanteria al contrario. Comunque vinse, anche perché il Fato così aveva previsto per lui ed era scritto nelle stelle e nei talenti del Cielo che Ribot avrebbe sempre passato per primo il traguardo.

Ce la fece anche nel Gran Criterium, ultima tappa della carriera a due anni, nonostante la pioggia avesse reso faticosissimo il terreno e il suo fantino di sempre – Enrico Camici- sottovalutò la cosa e una volta passato in vantaggio rallentò Ribot, che per un tratto s’impantanò e solo accorgendosi della minaccia imprevista di un certo Gail ripartì e salvò destino, capra, cavoli e risultato.

A 3 anni Ribot non partecipò al Derby, la classicissima italiana, per il semplice fatto che nemmeno era stato iscritto, ma in compenso –intanto grazie all’allenamento e allo scorrere naturale dei giorni il torace, da mingherlino, si era fatto possente – successo dopo successo, puntò dritto al Gran Prix de l’Arc de Triomphe, la corsa autunnale più importante d’Europa, sui 2400 metri.

Detto-fatto. Anzi, no…

Al momento di salire sull’aereo e di spiccare il volo verso Parigi Ribot si rifiuta nella maniera più assoluta; una, dieci, venti e più volte…

Poi, per fortuna, ci pensa Magistris

Chi era costui? Un cavallo, carneade assoluto per quanto riguarda i risultati in gara ma fondamentale per il leggendario Ribot. Era il suo amico. Ribot, traeva coraggio ed equilibrio dalla sua presenza, correva per lui ed i due erano diventati inseparabili. Nel vero senso della parola: dormivano vicini nel box, si allenavano insieme (foto sotto), insieme giocavano; Magistris accompagnava sempre il campione alle gare, a volte fino al tondino di presentazione e quando poteva anche in corsa, con la scusa di fargli da battistrada finché ce la faceva ma soprattutto con l’intento di dargli fiducia, supporto morale.

Ribot aveva un carattere forte, dominante, ma aveva le sue belle fragilità; che con Magistris sparivano, si scioglievano, neve al sole.

Tanto che Magistris sale sul cargo e, subito dopo, ci balza su anche Ribot…

Nonostante il nostro arrivasse all’Arc da imbattuto, non era certo tra i favoriti: era italiano, in casa degli sciovinisti francesi, ma soprattutto era “chiaramente troppo giovane –tradotto da un'importante rivista d’Oltralpe - per battersi e battere i migliori specialisti del mondo”.

Fu così che tanti appassionati italiani seguirono il cavallo nell’avventura a Longchamp (l’ippodromo dell’Arc) e scommisero in loco (e presso i bookmaker inglesi, appositamente planati ad accettare il gioco) valigiate di soldi a 20, 15, 12 e 10 contro 1 sul figlio di Tenerani.

E fu così che Ribot vinse. E i “tifosi” italiani fecero saltare il banco. Partì piano, Ribot, come quasi sempre preferiva dato che gli piaceva da matti superare gli avversari, sorprenderli, a volte perfino mortificarli psicologicamente. Cominciò la sua solita progressione, di solito inarrestabile, ma non quel giorno; lo stop arrivò da un cavallo scosso, Hidalgo II, che prima disarcionò il suo fantino e poi ostacolò l’italiano.

Bene, cioè male, ma non abbastanza per fermare la classe, il motore e la voglia di vincere di Ribot; Camici stavolta è freddo il giusto e il cavallo sviluppa una volata incredibile in retta d’arrivo, tanto da vincere con quasi quattro lunghezze di vantaggio sul secondo. Ah, le facce dei francesi...Il rosicare dietro l’applauso, comunque sincero, d’invidia e ammirazione insieme.

Ribot è ormai considerato il più forte cavallo del mondo, in tutto il mondo.

L’anno dopo rientra nel Gran Premio di Milano e con una prestazione mostruosa rifila otto lunghezze al secondo arrivato, Tissot, altro figlio di Tenerani, il migliore tra i terrestri.

Si punta ad Ascot, in Inghilterra, alle King George, la corsa dei diamanti. Quelli della Regina. Elisabetta II è all’ippodromo, perché ci va appena può, perché quella è la sua corsa e perché è proprietaria di High Veltd, uno dei pretendenti alla vittoria, forse il più temibile per il fenomeno italiano.

Al furlong conclusivo (gli ultimi 200 metri) proprio il cavallo di Sua Maestà è ancora in testa, sembra potercela fare. E sarebbe fatta, non ci fosse, in pista, un certo Ribot, che mette prima il turbo e poi direttamente le ali, agguanta il nobile rivale, lo soppianta fino a farlo apparire fermo e lo stacca di cinque lunghezze, altro record nei record. Per sé, per Magistris e per la Storia, con la esse maiuscola, di più…gigantesca…

Perfino la Regina si inchina alla sua grandezza, di creatura e di atleta: “Sono eccitata, emozionata, di aver potuto assistere a un simile prodigio –riconosce al momento della premiazione- e a una simile vittoria. Ribot merita il mio grazie e tutta la mia ammirazione”.

Il postino suona sempre due volte. E prima del ritiro in razza (ci andrà forte di 16 trionfi in 16 gare) c’è di nuovo posta per i cugini di Oltralpe e per il loro Arc de Triomphe, questa volta da primi favoriti perché le chiacchiere stanno a zero e di fronte ai fuoriclasse non esistono barriere e confini. Il campione è di tutti.

Immaginate Magistris allo steccato, primo supporter e con lui l'allenatore Ugo Penco, e, intorno a loro, più di 100mila spettatori.

Ribot parte piano, quasi a giocare con gli avversari, a illuderli. Ma a metà corsa rompe gli indugi e dimostra di essere il cavallo dei sogni, non solo quello del secolo; in poche centinaia di metri rifà il gruppone dei 20 cavalli e ai 400 finali è sui primi. Un battito d’ali e si invola, dominatore assoluto con otto lunghezze sul secondo classificato.

Arriva il momento dell’addio alle corse, Ribot deve andare a fare lo stallone (ma così, su quattro piedi, non sa che potrebbe anche essere piacevole). Alle Capannelle, a Roma, gli viene organizzata una sfilata, che calamita le attenzioni del mondo intero.

Bene, cioè male per Camici: sarà che di smettere non gli va, sarà che non c’è Magistris, fatto sta che Ribot inventa il colpo di teatro e lo scodella a terra. Lui, il fantino, sorride, si rialza, bacia il campione…

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