A briglia sciolta

INTERVISTE NON TROPPO INVENTATE E LA FESTA PER VARENNE

19 Maggio 2015

Varenne, il trottatore italiano più famoso e vincente di sempre, uno dei pochissimi numeri1 al mondo nel panorama dello sport nazionale, oggi martedì 19 maggio compie vent'anni. I suoi uomini (e soprattutto due -l'altra è Iina Rastas, inseparabile compagna del campione quando insieme giravano i continenti mietendo vittorie- delle tre donne della sua vita, la lad Anna Crespo e la sua veterinaria di fiducia, gli hanno organizzato una bella festa (dopo quella inventata per i media e la massa nel giorno dell'inauguarazione della Maura, a Milano), al Grifone, dove abita e vive con tutte le cure e le attenzioni dei signori Brischetto (papà Roberto e il giovane Jacopo) che ne gestiscono la condizione di stallone e di personaggio.

Le feste, a Varenne, piacciono a prescindere: non tanto per la "solita" torta di mele e carote, quanto per quel quid aggiuntivo dei flash dei fotografi e per le passerelle da star che comunque, senza sfociare nella vanità e nel narcisismo, aiutano il già sviluppato amor proprio e la consapevolezza del suo status di figlio del lampo e di fratello del vento...

Che festa sia, dunque, anche se per noi comuni mortali a due zampe, appassionati dei cavalli e delle corse, alla nostalgia e alla commozione nel ripensare alla grandezza di Varenne e delle imprese compiute in pista, si aggiunge il piccolo enorme rammarico per quel che Varenne avrebbe potuto -e dovuto- essere per l'intero ambiente ben oltre il traino di qualche rimpatriata.

Fosse nato in America, per esempio, dove comunque il nome di Varenne figura nella Hall of Fame, state certi che ci avrebbero girato una mezza dozzina di film candidati all'Oscar e anche solo per mero marketing gli ippodromi statunitensi avrebbero "rischiato" il tutto esaurito per almeno 10 anni, mentre da noi, una volta andato in pensione il campionissimo si sono svuotati meglio -cioè peggio- di prima del suo avvento.

Noi del Bar Sport, appurato che sono veramente in pochissimi a conoscere la vera storia del Capitano ("l'appellativo gli fu cucito addosso perché fin da puledrino voleva stare davanti al gruppo e poi dal giornalista Marco Trentini, milanista dalla testa ai piedi, per contrapporlo all'abbinamento del termine Fenomeno -di interista e "ronaldesca" memoria- al primo grande rivale in pista, Viking Kronos), meschinità umane (come quelle di avere lucrato su ogni trattativa più o meno riuscita o quella di fargli terminare la carriera agonistica da sconfitto, mezzo zoppo, squalificato e umiliato) comprese, abbiamo deciso di affidare il racconto della seconda vita di Varenne alle due interessanti interviste impossibili "rilasciate" dal cavallo all'Unità (7 agosto 2002, nell'imminenza del suo ritiro in razza) e all'Avvenire (proprio oggi), come dire al Diavolo e all'Acqua Santa.

Ecco, la prima, quella sulla prima pagina del quotidiano (allora, ora deve ancora "rientrare" in edicola nella nuova gestione di Veneziani) fondato da Gramsci:

Grazie, signor Capitano, per aver concesso proprio all'Unità l'esclusiva dell'intervista...

"Prego. Tanto lo so che alcuni andranno in giro a dire che sono uno dei vostri, che quando mi fanno la doccia canticchio Bandiera Rossa e cavolate del genere. La verità è che di voi mi hanno detto posso fidarmi: mangiate i bambini, non i cavalli...Comunque basta con questa storia del Capitano, un nome ce l'ho, che diamine, facciamoci la cortesia di usarlo...

Ok Varenne, scusi. Victory Tilly l'altro giorno le ha tolto il record sul miglio. Non le piacerebbe riprenderselo?  

Dammi una buona ragione per cui me ne dovrebbe fregare qualcosa. Quanto a Victory tanti complimenti, di cuore. Anche se penso neppure a lui importi più di tanto. Io e lui ci invidiamo per una cosa sola, due cose una speculare all'altra, in pratica la stessa...

Cioè? 

Il mio ritiro in razza. Io lo invidio perché lui potrà continuare a correre e vincere, specie ora che non ci sono più io, anche l'anno prossimo, lui, che è castrone, per le mie stagioni d'amore come stallone. Ma se sapesse tutta la verità, se sapesse che le fattrici manco me le faranno vedere da lontano, che il mio seme verrà congelato e rivenduto all'ingrosso come fosse lievito ecco forse non mi invidierebbe poi tanto...A proposito posso usare l'Unità per aprire una sottoscrizione di firme?

A disposizione... 

Bene, cari lettori, mandate, fiori, rose e orchidee a Enzo (Giordano, il proprietario storico di Varenne, ndr) e a coloro che mi hanno preso (ai tempi si era in piena disputa su chi avesse realmente il diritto di "utilizzarlo", ndr) come stallone. Mandategli, se servono, quei pezzi di carta che voi chiamate soldi e verso i quali chissà perché siete così sensibili e chiedetegli di farmi accoppiare almeno una volta, dal vivo e se possibile per amore e non facendomi pagare come il più banale dei gigolò. Una volta, in un pascolo, vicino a Torvajanica ho incontrato una giumenta di nome Vera Enn, penso quasi sempre a lei tra un traguardo e l'altro...

Molti sostengono sia un delitto ritirarla dall'attività agonistica proprio adesso, che spedirla in razza è un bene solo per il portafogli di chi già, su di lei, ha guadagnato tanto... 

Rispondo con onestà intellettuale e non solo emotiva: anche chi mi vorrebbe ancora in gara non lo vorrebbe per me, non solo per me, almeno. Questo non toglie che io a correre mi diverta un sacco, altrimenti non lo farei, ci mancherebbe, non esiste uomo capace di costringere un cavallo a fare quel che non vuole fare o che non accetta; mi piaceva molto anche girare il mondo ma dobbiamo parlarci chiaro: l'anno prossimo compirò 8 anni e a questi ritmi di sfruttamento finirei con il logorarmi anche più di quanto fatto finora. E anche non fosse mettetevi il cuore in pace: Iina, la mia ragazza a due zampe, mi ha spiegato che per rilevare il mio cartellino è stato chiesto un finanziamento in banca ed è stato concesso sulla base di un piano di rientro che prevede vada presto a fare il papà... 

Prima però la corsa di sabato a Goteborg, poi in Francia, magari a Cesena e infine ancora una volta in Canada. E prima di appendere il sulky (il sediolo da cui Minnucci o chi per lui lo guida, ndr) al chiodo, si mormora di una sfida a Lexington contro in cronometro e magari a Roma contro Cipollini...Ce la farà?

Ho uno staff speciale e chi mi allena sa il fatto suo, a cominciare da Jori Turja e dal massaggiatore Tommy, ma le corse non sono mai scontate ed è questo il loro bello ma posso farcela, anche se in Canada poi sarà durissima. Il match con Cipollini invece, vi prego, risparmiatemelo e risparmiatelo anche allo sport in generale, merita cose più serie. Il record a Lexington non mi interessa ma se la cosa fosse organizzata bene potrei farcela perchè lo ha fatto Victory e io sono più forte di lui.   

A proposito di record, in occasione di quello mancato a Mikkeli, il suo guidatore Minnucci è stato criticato per le frustate in retta d'arrivo...  

Chiariamo: non mi hanno fatto male, quindi animalisti e amici stiano tranquilli. Ma Giampaolo ha sbagliato tre volte. Primo c'era e c'è un'immagine da difendere anche presso la moltitudine che non capisce che non mi ha fatto niente, secondo non ho capito cosa avesse tanto da sbattersi e cosa volesse da me dato che l'avversario più vicino era quello che avrei doppiato se solo la corsa fosse proseguita qualche centinaio di metri e terzo perché, nel caso, io di certo non accellero sotto frusta, sono ben altri gli stimoli che mi fanno volare... 

Consigli da dare a chi ha -o magari avrà- in mano le guide dell'ippica? 

Chiedetemi tutto ma non di fare il saggio e pontificare su cose che non siano il correre e vincere, però di certo, per come le vivo dal di dentro, posso dirvi che in Italia manca completamente un progetto, la programmazione che c'è è tutta sbagliata e poi che con il doping non si scherza e le mele marce vanno buttate fuori e in fretta, non solo i pesci piccoli, anche gli squali. Altrimenti marcisce tutto...  

Pesci piccoli, squali? Si spieghi, Varenne... 

Ci sono persone, chiamiamole così, che per farci andare un decimo di secondo più veloci ci drogano, ci fanno gli anabolizzanti, gli ormoni, i lavaggi del sangue, ci buttano dentro il veleno dei topi o quello dei rettili. Un po' come tra i ciclisti, che quanto meno sanno a cosa vanno incontro mentre noi no, non scegliamo di avvelenarci e diventare tossici. E come nel ciclismo spesso anche nell'ippica italiana chi vince di più non è pulito. Nè al galoppo, nè al trotto.  

Lei, Varenne, vince più di tutti... 

Io vinco da quattro anni in ogni parte del mondo e mi ripeto sempre su standard d'eccellenza, non sono l'eroe di un giorno, i controlli me li fanno sempre e comunque l'unica volta che mi hanno trovato qualcosa fuori posto, non è stata certo colpa mia e si trattava solo di una cura. Io quando vedo una siringa scappo. Però nelle scuderie italiane di siringhe se ne vedono proprio tante. Al punto che qualche volta avrei voluto chiamarli io, i Nas...  

Come vede, Varenne, l'ippica senza Varenne?  

E' l'ippica di Varenne che va rifondata perchè possa essercene una migliore, anzi essercene ancora una tra 20-30 anni. E per rifondarla va fatta terra bruciata intorno a chi bara, a chi ruba e a chi chiude, per interesse o stupidità, l'ippica in un ghetto, senza guardare o quanto meno senza vedere che fuori c'è un mondo, un giardino da coltivare. E ci sono clienti, voi li chiamate così, da conquistare... 

Beh, non è piaggeria ma lei ne ha conquistati molti, proprietari, appassionati, scommettitori... 

A dire la verità sono più i proprietari che mi hanno scartato di quelli che ho avuto, anzi, di quello che ho avuto. Poi, sì, ho fatto del mio meglio ed è stato bello. Anche quando, avendo a che fare con gli uomini, sono stato strumentalizzato. Figuratevi che c'è un giornale che si è addirittura  inventato una mia intervista... 

Ed ecco l'intervista di Massimiliano Castellani, su Avvenire:

Ha detto Mark Twain: «Non tutti i cavalli sono nati uguali. Alcuni sono nati per vincere». E il “mito” Varenne ha vinto più di tutti. «Sono 51 Gran Premi, più un’infinità di record stabiliti in pista che hanno resistito per anni». È il saluto di benvenuto di Roberto Brischetto e di suo figlio Jacopo, i nobili signori di questa “reggia di Venaria” per i cavalli che è il loro allevamento, Il Grifone. Siamo a Vigone, nel torinese, cinquantacinque ettari di prati verdi su cui pascolano placidi e sereni una cinquantina di splendidi esemplari equini. Sono i cortigiani di sua maestà Varenne, che ha appena terminato la sgambata quotidiana e gli esercizi al tondino con la “tata”, Anna Crespo che gli sistema il “mosquero”: «Da quando lo punse una vespa, non sopporta la sola vista degli insetti». Dalla staccionata del suo paddock, curato, coccolato e sorvegliato a video dalle telecamere, fissiamo questa creatura dall’aurea magica che ha fatto piangere i francesi, prima per le batoste e poi per la grandeur di questo campione...

Cose e coccole da Varenne: ma a guardarlo mentre bagna il muso nell'acqua sembra di vedere un bambino che inzuppa il biscotto nel tè.
«Ma io non sono un bambino - potete anche non crederci, ma da qui in poi chi scrive ascolta la “voce” di Varenne, ndr - Oggi compio 20 anni che per un cavallo sono i sessanta di un uomo. Sono nato il 19 maggio del 1995 all’allevamento Zenzalino di Alessandro Viani, a Copparo (Ferrara) da mamma Ialmaz. Mio padre è Waikiki Beach che a 33 anni suonati vive ancora dalle parti di Bologna».


Si racconta che quella notte di vent’anni fa fu “lunga e tempestosa” e che rischiasti tanto…
«Mia madre era fuori tempo massimo per partorire e per di più il veterinario non c’era, perché si trovava a Rimini. Se non fosse stato per Alessandro Rondini, detto “Mango”, che al telefono eseguiva terrorizzato le istruzioni del dottore non sarei mai “uscito fuori”. Una gran fatica e un terribile spavento per tutti».


Poi la grande gioia e un’infanzia felice in Francia, nel centro di allenamento di Jean Pierre Dubois.
«Felice fino a un certo punto. Mi feci male a una zampa e per sei mesi non sono uscito dal box, mentre gli altri puledri scorrazzavano spensierati. Ma forse è stato anche quel dolore a rendermi più forte».

Non avevi ancora tre anni quando hai debuttato a Bologna, e già si intuiva un futuro da trottatore straordinario.
«Sono come il vino buono della tenuta di Bolgheri dove mi sono trasferito a due anni. Quel giorno a Bologna stavo vincendo, poi però all’ultima curva mi sono messo a galoppare e i giudici mi squalificarono. Comunque, l’avvocato Enzo Giordano che, dopo una trattativa grottesca mi comprò (per 180 milioni di vecchie lire, ndr) aveva visto lungo investendo su quello che, invece tanti, dopo l’esordio pensavano fosse soltanto un “brutto anatroccolo”».


Ti trasformasti in un cigno già alla seconda corsa (1° posto a Roma) e alla decima hai conquistato il Derby Italiano, battendo Viking Kronos.
«Di Viking Kronos il suo driver Lufti Kolgjini diceva che era “invincibile”: lo ribattezzarono il “Fenomeno”, come Ronaldo che in quel ’98 faceva magie all’Inter. Ma la mia squadra era la più forte. Mi allenava Jori Turja, un finlandese come la cara Iina Rastas, la mia ex tata che dormiva sempre sulla paglia, al mio fianco nel box, prima di ogni gara importante. E poi in pista mi guidava quel fuoriclasse di Giampaolo Minnucci. Assieme vincemmo il Derby e da lì in poi 18 corse di fila, mentre Viking Kronos si infortunò e smise di correre, poveretto…».


Fine del Fenomeno e inizio dell’era del “Capitano”. 
«Quel nome me lo diedero due giornalisti, Marco Trentini e Domenico Deci. Dato che Viking Kronos era il Fenomeno nerazzurro, io per loro ero il Capitano del Milan, Franco Baresi. Così da quel momento anche Minnucci mi lanciava in pista al grido “Andiamo Capitano!”. Ha funzionato: tre edizioni consecutive del Lotteria di Agnano, il Breeders Crown di New York, l’Elitloppet di Stoccolma e per due volte il prestigiosissimo Prix d’Amerique di Parigi che, nel 2001, era da mezzo secolo che non lo vinceva un cavallo italiano».


Infatti, quel 28 gennaio 2001, viene ricordato come la nostra presa della Bastiglia.
«A Parigi erano arrivati 7mila italiani per assistere a quel mio primo trionfo e molti di loro facevano e fanno parte del fan club. Ma c’era sempre un fiume di gente quando correvo io. All’ippodromo di Mikkeli, un paese della Finlandia di 40mila abitanti, in 35mila vennero ad assistere al mio record del mondo. È stato così fino a Montreal, la mia ultima gara. Ho chiuso come avevo cominciato, con una squalifica. Ma va bene così, ho vinto tanto e guadagnato - e fatto guadagnare - di più. Anche 13 miliardi di vecchie lire in premi sono un record che nessun cavallo ha ancora superato».


Dal 2002 il tuo nuovo mestiere è quello di stallone: quanti figli hai?
«Con il mio seme - che viene pagato 12mila euro a monta - nascono un centinaio di puledri l’anno. Quindi ora che mi ci fai pensare avrò intorno ai 1500 figli sparsi per il mondo. Molti di loro vanno forte, specie le due “ragazze”, Lana del Rio e Lisa America sono quelle che mi hanno dato le più grandi soddisfazioni».


Ma ora che non corri più non ti annoi un po’?
«Niente affatto. C’è sempre qualche giornalista come te che mi viene ad intervistare e ogni tanto se mi invitano per una comparsata in tv non mi tiro indietro. Poi ci sono gli impegni da sbrigare con i fan e i “devoti”, quelli che sono convinti che io sia un santo o un amuleto, e arrivano a chiedere ciuffi del mio crine».


Il tuo pubblico preferito però restano i bambini…
«Beh i miei figli mi hanno fatto diventare nonno e io mi comporto da nonno anche con i bambini. Ce n’è una, Alice, che non è mai mancata ad ogni mio compleanno e siccome sta sulla sedia a rotelle quando viene qui mi abbasso così mi può accarezzare comodamente. Ah, vorrei rispondere a Chiara, una bambina che mi ha spedito una lettera - una delle tante che ricevo - in cui scrive: “Scommetto tre mele che hai molti amici cavalli”. Scommessa vinta. Ma ho sicuramente tanti amici tra gli esseri umani e perfino la benedizione di padre Danilo Reverberi»

 

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