A briglia sciolta

Il Fulvio, i numeri per le "pere", la fascia migliore e i colpi di testa, intesa come cervello

6 Gennaio 2019

In principio i soldi erano quelli di papà, del vecchio Adami per intenderci. 

La passione però era la sua, anche intesa come curiosità, coraggio, voglia di andare oltre e di prendersi tutti i vantaggi possibili, sfidando regole e dogmi, paletti e passato. Andando oltre le apparenze, per sè, per i suoi cavalli e anche per le sue giocate perchè era più bello fregare gli imbroglioni del banco ovunque il banco non fosse all'altezza.

Trotto (dove oltretutto è stato un abile genteman, sempre capace di colorare le corse di San Siro di tinte particolari, con tattiche che parevano fantasiose ma spesso celavano studio approfondito del tutto, dagli avversari più temibili a quello giusto da mandar via per far salire la quota del piazzato) o galoppo faceva poca differenza, l'amore per la pista e le corse erano una cosa sola per il Fulvio, quello del Bar in Buonarroti, a Milano e della giubba azzurra con la croce di lorena nera per tutti i San Siro (sotto il video dell'ultimo successo da driver) del mondo.  

Al galoppo il Fulvio, aveva inventato, o almeno scoperto anche come punta (è annosa la questione se in Italia abbia cominciato prima lui per giocare oppure i maestri del gioco come Sergio Antonini) l'uso delle "pere", che non erano il doping dei primordi ma le "sacre perizie", cioè assegnare a ogni cavallo, per ogni corsa disputata, un rating e valutarne in base a quel "numero", quel valore e il peso le chance in quelle prossime.

Passava per matto, a volte, come quando, in caso di pioggia, si presentava in pista -e per in pista intendo proprio sulla pista grande di San Siro- a piedi e se la faceva tutta in lungo ma soprattutto in largo per scegliere la fascia meno lavorata e poi -mentre gli allenatori più blasonati impartivano ordini prestampati ai propri fantini (tipo: "mettiti secondo o terzo e sposta ai 300 finali" che onestamente su 12 cavalli erano al massimo due quelli che potevano mettersi secondo o terzo e ci sarà ben stato uno che correva bene in testa o comunque uno che partiva ultimo perchè usciva piano dalle gabbie)- spiegare al suo "la retta di là falla in sesta corsia, taglia la curva in quinta e poi vieni dall'ottava in su perchè lì non ci ha galoppato nessuno".

In realtà il Fulvio un po' folle lo era sul serio. Come i veri geni del resto, perchè il Fulvio, genio, lo era e raramente sbagliava perizia, cavalli o persone che fossero.

Anche se con me, a dirla tutta, sbagliò della grossa...

"Lasciatelo dire da uno che di numeri se ne intende -mi disse dopo che in una cronaca avevo dato per sicuro vincitore uno che ai 200 era a 2 lunghezze dal penultimo e aveva effettivamente vinto ma solo di un collo, cioè di culo-  tu sei il numero 1 in assoluto a fare le cronache ma lascia stare le cronache e il galoppo che diventi il numero 1 dei driver italiani perchè sei matto come Fabbroni, sensibile come Fromming e innamorato dei cavalli come Romina di Al Bano". Bene, cioè malissimo, perché avevo capito che era un complimento ma Fabbroni manco sapevo chi fosse, Fromming ne avevo sentito solo parlare dai vecchi e quanto a Romina e Al Bano da lì a poco si è visto come è finita. In più, cioè in meno, è vero che alla fine con le cronache ho smesso e dal galoppo -più che altro per amore delle mie due ragazze, una che non se la sentiva di correre a sella e aveva appena imparato il trotto e l'altra che bene o male trottatrice c'era nata- sono passato al trotto, ma da quando mi vide in sulky lui (in una semisfida d'allenamento) ho raddoppiato il peso e dimezzato la voglia di gareggiare, se non di rado e sempre, comunque, per beneficenza.

Era curioso di tutto e di tutti, il Fulvio, ma non era mai invidioso di qualcuno. Anzi, da quelli che secondo lui erano bravi cercava di rubare i segreti.

E poi aveva un proprio codice -la prima regola era il diritto e dovere di divertirsi- sempre e comunque e la seconda che dopo una corsa o una scommessa andata male ci sono sempre altre corse e altre cose (calcio compreso, era interista a tal punto che un giorno invece che con la giubba da corsa scese in pista con casco e maglia nerazzurra) su cui puntare.

In pista, come pilota (nella foto cover in sulky a Guru, per gentile concessione dell'appassionato Carmelo Zangara e del suo gruppo fb Ricordi, foto e video) non di rado inventava oltre i calcoli e spesso colpiva. 

C'era, nel Fulvio, anche del Robin Hood. E come lui, con lui una compagnia, un'allegra brigata con cui girava, al bar e per gli ippodromi (spesso anche in Toscana) perché "la solitudine non è un nemico credibile, se hai degli amici veri" un po' per "zingarate da lumbard", come diceva lui, un po' per colpire duro chi meritava di esser colpito, come il Necchi del Bar di "Amici Miei", insomma.

Di più. Una volta firmò un articolo in prima sul Trotto (che allora poteva ancora ancora sembrare un giornale) in cui confessava e firmava la stangata messa a segno (non scrisse a segno, scrisse "in quel posto alla Snai") con un vincente e un piazzato da massimali.

"E' stato come rubare ai ricchi, o meglio, come rubare ai ladri, sai quante volte, Alby -mi chiamava così, e io lo chiamavo "Il Fulvio", con tanto di articolo e tutto attaccato- le sale corse scaricano le nostre giocate? Se ci riescono loro perché noi non potremmo rialzare le quote?"

Al trotto non prendeva i tempi ma i parziali, paletto per paletto e per i cavalli di scuderia faceva le analisi ma insieme i bioritmi. Stava anni luce avanti, e per questo o lo prendevi appunto per il genio che era oppure appunto per matto. Nel mio caso le due cose insieme. Oltre che per l'amico che era, cosa che superava il valore sia del genio sia del folle.

Io però alla storia dei bioritmi ci credevo sì e no. E glielo dicevo pure, ogni tanto, tanto che mi rispondeva sempre "Poi magari credi alla verginità della Madonna e peggio ancora all'amore eterno".

Arrivò la malattia e all'apparenza la paranoia. Si era fissato con la numerologia, le scienze più o meno occulte e quant'altro. Quasi nessuno -belli amici che siamo stati- riusciva a seguirlo. E non riuscendoci ci dicevamo "che il Fulvio era andato oltre".

Era vero, come sempre, ma come sempre eravamo stati noi a non essere bravi di andarci.

Adesso, da quell'ultimo Oltre che ha scavalcato, chissà se segue ancora le corse o se la chimica gli ha rotto definitivamente le palle e adesso tifa solo per l'Inter? Chissà quante volte avrà cercato di apparire in sogno a Mancini, a De Boer e a Pioli? Bene, cioè male di nuovo, perché è chiaro che intanto mica l'hanno ascoltato, quel matto del Fulvio. E se hanno provato a farlo mica l'hanno capito.

Parla un'altra lingua, il Fulvio. Giù il cappello, "rapina". Altra categoria...

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9.82% Sergio Brighenti, il Pilota

6.93% William Casoli, il Professore

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4.28% Giancarlo Baldi, Tamberino

2.64% Carlo Bottoni, il Sorcio

7.05% Vivaldo Baldi, Decione

4.53% Nello Bellei, Ivan

10.58% Marcello Mazzarini, l'Ottavo Re di Roma

2.64% Anselmo Fontanesi, il Morino

11.96% Enrico Bellei, il Cannibale

0.63% Lamberto Guzzinati, Lambretta

1.51% Walter Baroncini, il Mago

3.65% Gian Paolo Minnucci, Jean Paul

1.64% Armando Pellicci, Er Pomata ("io c'ho i ritagli")

6.68% Pietro Gubellini, Pippo

6.42% Vittorio Guzzinati, Toscanini

2.77% Giuseppe Pietro Maisto

7.93% Roberto Andreghetti, Roby

2.64% Biagio Lo Verde

1.89% Pasquale Esposito jr

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